Vita d’acquario. Tre poesie di Todd Portnowitz
e io strappai dall’acqua opaca
il mio cervello zuppo
e lo tenni lì, sospeso –
lo vedi, ora? –
come tenne Perseo
la testa di Medusa,
ma senza orgoglio
e senza idee.
© foto di Francesca Perlini
e io strappai dall’acqua opaca
il mio cervello zuppo
e lo tenni lì, sospeso –
lo vedi, ora? –
come tenne Perseo
la testa di Medusa,
ma senza orgoglio
e senza idee.
Stavano lì, con le mani sui vetri che si appannavano con i loro fiati; ogni tanto credevano di vedere qualcosa, di sentire un movimento, ma era il loro stesso battito cardiaco, il suono del loro respiro che riecheggiava nell’oscurità. Piano scendevano dal gradino e in punta di piedi tornavano a casa.
È un paese, questo della creazione audiovisiva, che è pieno di luce –che gioca con l’ombra, e che sembra invitarmi a prendere parte al gioco. E c’è qualche cosa in me che è come nutrito di speranza, accarezzato, consolato, da questa immersione nella materia della luce.
Le cose giungono dal nulla
al momento più opportuno
non cercarle è il segreto
della loro apparizione.