copertina Francesca Dall'Acqua

Francesca Dall’Acqua, sette poesie da “Curvature”

 I
 
Maddalena sa quant’ho patito,
io che a ogni suo bisogno rispondevo per dovere.
Non è più una bambina ormai.
Fiaba coniugata all’imperfetto, da tempo
rinnega le sue bambole di pezza
e nel cassetto ha un incubo.
  
Padre, ricordi, era dicembre e sonnecchiavo sulle tue gambe.
  
Sapesse ora delle mie spalle pesanti, demolite ginocchia,
più lieve mi sarebbe la paura 
nessun sostegno al cuore 
innestato per sempre alla sedia di un reparto.
 
Mon chouchou, je me souviens: c’est décembre
et tu dors sur les jambes d’un homme qui meurt.
 
 
 
 
II
 
Al momento meno opportuno sputerete una sentenza,
soffocati da voi stessi.
Vi facilito l’impresa di trovare l’aggettivo
– parassita quanto voi, che si unirà alla mia carcassa.
 
Vigliacca codarda egoista, a voi la scelta d’essere
un insulto vestito a lutto,
non più violento di quello che io farò a me stessa.
 
Padre, écoute, è dicembre e tu dormi,
mentre in penombra districo i capelli, mi faccio bella.
 
Voglio che la morte mi trovi elegante.
 
(…)
 

III
 
L’abbiamo vista camminare in punta sui cornicioni:
staccava petali al suono di tristi domande.
 
 
IV
 
In verità, vi dico: a voi che strappaste fiori dalla sua gonna,
l’umiliazione del vostro fallimento:
ne nasceranno altri dal suo pancino.
 
 
 
 
 
Alla domanda “chi è stato” Adele non disse nulla.
Seduta perde acqua, ride sola.
 
“Portatemi pestello e mortaio” dice, e “Spargetemi
su pietra
su lastre incatramate
sulla merda dei cavalli.”
 
 
 

 
 
Misuro gli angoli dei fianchi, gli alti muri.
Alle quattordici chiudono a chiave i bagni,
distribuiscono fogli,
 
         sì no forse
         sono un’appestata.
 
Ingenua merla, tu non puoi capire
la vergogna delle ossa.
L’immagine di te che resta intatta non perdere
tra la lurida immondizia
non cercare il mio mucchietto.
 
sì no forse
solo io, al posto tuo
 
combatterò l’inverno
mi restituirò alla terra.
 
 

 
 

Buttavi via i fogli, per te
chiudevano le porte dei bagni.
 
Shh, lo senti? Hanno asfaltato i muri,
capovolto gli specchi.
 
Sento rovinarsi tutto uno spazio.
 
Quest’odore di calce viva pura trema,
ascolta i miei segreti.
 
Piccola merla non dire che è tardi,
morire in fondo è una spinta felice.

(…)
 
Di già ti si posa una mosca sugli occhi
ti prego pensa a una piccola gioia.
 
 

 


Ho finito di bruciare il pane raffermo a bagno nel latte perché
lo so, è lì che devo arrivare, dove canti
pura e ustionata sotto una caterva di viti e bulloni.
 
Sostituta, in nome di chi, sopravvissuta a cosa.
 
I tetti dalle finestre, un signore per strada inchioda
stralci di giornale, predice, parla a vanvera,
e cammina, come un mendicante.
 
Figlia mia, qui c’è il cimitero, la croce
ammarcita, io con lei, 
presto avrà sedici anni, io ottanta.
 
A sedici anni, si obbedisce e disobbedisce.
Alla sua età cucivo, scrollavo le olive nei campi.
Mami, in quegli anni sapevi di menta e terra bruciata,
liberami da questo corpo bianco.
 
Cosa posso non posso insegnarle, che di cose io ne ho viste
solamente, di tante altre ho saputo.
Capito, in verità, niente.
 
 

 


Avevo venduto poche cose rimaste, preso spazio.
A Caviteño, nei pressi di Manila, nascondono i morti negli alberi.
Qui si parla sottovoce, si cuce a macchina.
 
Ha danzato una volta soltanto, il giorno prima di andare.
Le cumàri l’hanno vista, carogne
non hanno detto
                ormai è tardi
 
A Caviteño, nei pressi di Manila, viene giù la corteccia di un albero.
 
Lacrimare in silenzio è modulare una voce,
rinunciare alle punte
eppure danzò quella volta soltanto.
 
Arriverà un tempo che dice io vado,
cercatemi nelle venature di foglia.
 
 
 

 

A volte ripenso al serraglio, alle bestiole slegate.
Da piccolo ero avido di cose grandi,
Era tutto un riprendere fiato, segnare la fine con le mani,
le notonette. 

È tutta lì la mia piccolezza, dove pregano le cose rimaste
due vecchie sdentate supplicano chi ha distrutto una casa.
foto di Leda Erente

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