copertina poesie Todd Portnowitz

Vita d’acquario. Tre poesie di Todd Portnowitz

Da The Root of Nothing / La radice del niente, in uscita nella primavera del 2021 per Edity (Palermo), edizione bilingue (inglese/italiano), traduzione dell’autore e di Chiara Bernini. Il libro, inedito negli Usa, è l’esordio poetico di Todd Portnowitz.

 Aquarium Living
  
 When I set my brain in a tank
 and dropped it fish food,
 a little treasure chest
 grew on my frontal lobe,
 and a pet black lava rock
 on my parietal.
  
 This pleased my neurons,
 which swam like gobies
 between the grooves,
 and for months
 I kept them happy
 in this way.
  
 Soon my mind
 was a vibrant nano reef,
 with cabbage leather
 and polyp corrals,
 lit from above
 by an automated LED,
  
 and thoughts kicked up
 from the substrate
 with alarming rapidity,
 wriggling into
 my temporal lobe
 and taking cover.
  
 And I couldn’t say, 
 precisely, when it was
 the ecosystem reached 
 its vital peak
 or what, precisely,
 caused the stark reversal—
  
 too much, 
 too little food?
 too small a tank?—
 but reverse it did, the course,
 and in a day
 my darting firefish
  
 lay one full third a fathom 
 on the filter intake,
 and nothing I could do
 or dial down
 would make them flash again,
 my day-glo fishies,
  
 my tear drops in the pond,
 and the cabbage died
 and the polyps drooped
 and the treasure paled,
 and I pulled my sopping brain
 from the murky water
  
 and held it there aloft—
 you see it, now?—
 as Perseus upheld
 Medusa’s head,
 though prideless,
 and at a loss.
  
  
  
  
 Vita d’acquario
  
 Quando misi il mio cervello in una vasca
 e gettai del mangime per pesci
 crebbe un piccolo scrigno del tesoro
 sul mio lobo frontale
 e una bella roccia di lava
 su quello parietale.
  
 Questo piacque ai miei neuroni
 che nuotavano come gobidi
 in mezzo ai solchi,
 e per mesi
 li tenni felici
 in questo modo.
  
 Presto la mia mente
 divenne un vivace Nano Reef
 con coralli di cuoio
 e colonie di polipi
 illuminati da sopra
 da un LED automatico,
  
 e i pensieri saltavano
 dal sostrato
 con allarmante efficienza,
 contorcendosi dentro
 il mio lobo temporale,
 cercando riparo.
  
 E non saprei dire
 quando, precisamente,
 l’ecosistema raggiunse
 il suo apice vitale
 o cosa, precisamente,
 portò alla dura inversione -
  
 troppo cibo,
 troppo poco?
 troppo piccola la vasca? -
 ma s’invertì, il flusso,
 e nel giro di un giorno
 i miei agili ghiozzi
  
 giacevano immobili sul fondo
 sopra il filtro interno,
 e nessuno sforzo
 o riaggiustamento da parte mia
 li avrebbe fatti brillare di nuovo
 i miei pesciolini fosforescenti

 le mie lacrime nello stagno,
 e morirono i coralli
 e appassirono i polipi
 e impallidì il tesoro
 e io strappai dall’acqua opaca
 il mio cervello zuppo

e lo tenni lì, sospeso -
lo vedi, ora? -
come tenne Perseo
la testa di Medusa,
ma senza orgoglio
e senza idee.

  
           *
  
  
 The View from My Parked Car
  
  
                                       Queens, NY
  
  
 A prune against a deep grape sky.
 A banana, slightly rotting, on a lemon plate.
 Tangerines in a bowl of tangelos.
 A beefsteak tomato smashed against 
 a brick wall covered in graffiti,
 the juice running down the large white X
 of a massive tic-tac-toe board
 depicting a cat’s game,
 since, after a certain age, that’s the only result.
 There’s no more winning, much less losing,
 just two intellects locking horns,
 like Sun Tzu’s The Art of War stacked atop
 Mastering the Art of French Cooking
 on a sous chef’s bedside table.
  
 The lack of progress is alarming.
 We’re getting nowhere
 but we can’t stop feeding
 coins to the slot machine
 in the train station bar,
 like old Italian men in newsboy caps,
 jittering in place from caffeine,
 while everyone around us is in motion.  

 Or else it’s a heap of mashed potatoes
 on a sweet potato pie,
 a jaguar napping
 on a leopard-print rug
 in a Hollywood mansion.
   
 There’s no more winning, and that’s ok.
 But couldn’t they leave us losing?
 Couldn’t they leave us sinking
 our heads into our hands
 and weeping with defeat?
 I miss those days.
  
  
  
  
 La vista dalla mia macchina parcheggiata
  
                                                        Queens, NY
  
  
 Una prugna secca su un cielo color vinaccia.
 Una banana, leggermente marcia, su un piatto giallo limone.
 Dei mandarini in una scodella di clementine.
 Un pomodoro cuore di bue schiacciato 
 contro un muro di mattoni coperto di graffiti,
 il succo casca sopra una grande X bianca
 che fa parte di un’enorme griglia di tris
 che rappresenta una partita patta,
 visto che, da un certo anno in poi, è l’unico risultato.
 Non esiste più vincere, tantomeno perdere,
 giusto due intelletti con le corna incrociate
 come l’Arte della guerra di Sun Tzu
 impilato sopra Il cucchiaio d’argento
 sul comodino di un aiuto cuoco.
  
 L’assenza di progresso è allarmante.
 Non stiamo andando da nessuna parte
 ma continuiamo comunque
 a dare monetine alle slot
 al bar della stazione
 come i vecchi italiani col basco
 seduti e tremanti per la caffeina,
 mentre tutti gli altri intorno a noi sono in movimento.
  
 Oppure è un mucchio di purée
 sopra una crostata,
 un giaguaro che dorme
 su un tappeto leopardato
 dentro una villa hollywoodiana.
  
 Non esiste più vincere, e quello va bene.
 Ma non ci potrebbero lasciare perdere?
 Non ci potrebbero lasciare tenere
 la testa fra le mani e piangere sconfitti?
 Mi mancano quei giorni.

  
                     *
  
  
 Fountain of the Caryatids
  
                                      Piazza dei Quiriti, Rome
  
 I’ve never held a pinecone over my head
 like a fruit basket, 
 but I know what they’re about—
 a sort of dandruff,
 grenades tucked in a green jacket.
  
 I’ve never had a pinecone fall on my head
 and I’m grateful for that.
 I think I’ve been shit on by a bird only once. 
 The friend of an ex-girlfriend’s dad 
 had a dead fish fall on his head
 during his backswing on the fairway.
      An osprey, idiot.
  
 The pinecone you don’t think of as a monument,
 as something a naked woman would hold up
 with one hand while ringing her ankle with the other.
 A pine needle even less so.
 As a kid I played pine needle wishbone with friends,
 where you each pull an end
 and whoever gets the booger is the loser. 
  
 Truth is, there’s all these things that drop from the sky
 and if they don’t strike us dead or dumb
 we maybe pick them up and they fill our minutes,
 especially as children when we’re closer to the ground
 and care less to look up where they fell from. 
  
  
  
  
 Fontana delle Cariatidi
  
                                 Piazza dei Quiriti, Roma
  
 Non ho mai tenuto una pigna sopra la testa
 come un cesto di frutta,
 ma di pigne ci capisco abbastanza – 
 una specie di forfora,
 granate infilate in una giacca verde.
  
 Non mi è mai caduta in testa una pigna,
 e di questo sono grato.
 Mi ha cagato un uccello soltanto una volta, mi sa.
 All’amico del padre di una ex
 è caduto in testa un pesce
 durante lo swing sul campo da golf.
      Uno falco pescatore, cretino.
  
 La pigna di solito non viene capita come monumento,
 come qualcosa che una donna nuda terrebbe in alto
 con una mano, mentre con l’altra stringe la caviglia.
 L’ago di pino ancora di meno.
 Da ragazzino giocavo a “osso della fortuna” con gli amici,
 in cui ciascuno tira un lato dell’ago del pino
 e chi finisce con la “caccola” è lo sfigato.
  
 Fatto sta, sono tante le cose che cadono dal cielo
 e se colpendoci non ci lasciano morti o scemi,
 magari le prendiamo in mano e ci divertiamo un po’,
 specialmente quando siamo ragazzini e siamo più vicini alla terra
 e ci frega meno di guardare in su, da dove sono cadute. 

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