Poesia, lingua madre

da Poeti e prosatori alla corte dell’Es, a cura di Giancarlo Stoccoro, AnimaMundi Edizioni, Otranto 2017 – estratto dalle mie risposte al questionario

1.

Ho sentito spesso di portare la scrittura nel mio corpo, di essere inscritta, nel buio, da qualcosa che preme e lascia segni in me, anche durante il giorno, inavvertitamente, mentre la vita con le sue azioni e gesti dovuti ci chiama. Nel momento in cui ci troviamo di fronte al foglio o allo schermo ciò che facciamo non è altro che cercare di tradurre quanto è stato scritto in noi. Siamo l’impronta del tempo che è stato, della vita che ci ha attraversato. Scrivendo portiamo alla luce questi segni che conteniamo, così come sono, oscuri e indecifrati a noi stessi. È come sporgersi su una soglia che dà nel vuoto. Siamo tramiti tra il non conosciuto e il nulla.

Credo che la poesia sia una voce che ci attraversa. Per questo scrivo sempre cominciando con il carattere minuscolo. Io non sto iniziando niente. Ho soltanto colto qualcosa che balbetto in questa lingua monca, che si sbriciola e spezza nel silenzio.

Prima delle parole c’è un ritmo: una cadenza che ci raggiunge a un tratto, nel silenzio, attraverso un’intercapedine che portiamo in noi. La sento a volte mentre cammino, lavo i capelli, riordino la casa, o sono immersa in una qualsiasi sequenza di gesti. Il ritmo ci ricongiunge alla nostra più autentica lingua, quella di un corpo che si muove cercando di accordarsi con ciò che lo circonda, entrando, attraverso questa sintonia, in quel punto in cui la realtà sta nascendo.

Attingere al ritmo significa radicarsi nel continuo pulsare e scorrere della vita. È l’unica legge a cui dobbiamo obbedire, una legge che è insieme melodia (come in greco antico nómos). Dobbiamo soltanto lasciarla affiorare, tornare a percepirla, ricongiungendoci a questo battito che ci attraversa, che è nel nostro sangue come nella natura. La poesia è per me una pratica di salvezza quotidiana; una forma di rito, di radicamento nella vita. È come ritrovare i miei piedi sulla terra, in una direzione di cammino.

È proprio questo un verso: la possibilità di dirigersi, di andare, vincendo la paura, lo smarrimento, l’incertezza. Una forza che ci guida e a cui ci affidiamo. C’è un modo di dire che appartiene a un’area dell’Italia centrale: “non hai un verso”, per dire proprio che non hai una forma, non si sa chi sei. Con la poesia siamo ricondotti a ciò che siamo veramente, al nostro più autentico volto, che è quello buio, aperto, in cui può affiorare una foglia, un muso.

Ci sono stati del nostro essere in cui i nostri confini si fanno così labili che possono essere facilmente attraversati. Per alcuni momenti siamo ciò che vediamo e sentiamo. È una condizione di fragilità estrema, in cui siamo esposti a un rischio enorme. Con il tempo, attraverso la scrittura, mi è stata donata la possibilità di invertire la direzione e il senso di questo ampio potenziale autodistruttivo attorno a cui gravitavo: è così che mi sono ritrovata nel poiein, nella possibilità di creare, di cambiare qualcosa attraverso di me.

Nel farlo attingo a questa forza che si sprigiona da quel cortocircuito tra morte e vita. È come una scossa elettrica che mi ricorda, in un istante, tutto ciò che ho dovuto sacrificare al buio. Mi ricorda l’altro lato dello specchio: i miei fratelli seppelliti, i dispersi e senza nome. Tutto ciò che ancora chiede voce e chiama. 

2.

Nel momento in cui un verso raggiunge le nostre labbra e viene pronunciato, ci ricongiunge alla vita e per questo ci salva. È una salvezza precaria, a cui dovremo riattingere, come un respiro che si ripete, confermandoci in vita. C’è una forma di dolore che è baratro, distacco assoluto dal resto del mondo, scomparsa del mondo. Una voragine che ha una forza distruttiva e annientatrice enorme. L’intera nostra esistenza può concentrarsi attorno a questo punto di sprofondamento, mentre tutto il resto è cenere. Non ci sono allora più gesti o passi da compiere, si appartiene completamente al buio. O forse alla parte più chiusa e senza uscita di se stessi, a cui ci si consegna, come condannati: «dentro la prigionia di sé ch’è il vero inferno» (Mario Luzi). Eppure se siamo capaci di vivere pienamente questa condizione, senza risparmiarci, lasciando che questo tempo sospeso lavori in noi, ci ritroveremo a un tratto liberi, ricongiunti agli altri. La strada per uscire affonda in noi stessi, dobbiamo percorrerla anche se sembra condurci nella direzione opposta. È come se si apra a un tratto una porta murata, un antico passaggio che non sospettavamo neanche di avere in noi. Questa esperienza è alla base dei testi che sono venuti a formare il mio secondo libro, Pasta madre. Mi sono ritrovata a vivere nella lingua la forza di metamorfosi che ha il dolore. Sentivo il mio corpo frantumarsi come una terra secca, senza amore. Avevo perso il radicamento nella vita, i gesti più quotidiani, come cucinare o vestirsi, mi chiedevano un senso. L’unico luogo sicuro per me era il sonno. Mi ci avvolgevo, indefinitamente, come in uno stato di narcosi, di anestesia prolungata. O forse obbedivo soltanto a un mio personale inverno, come un animale che cade in letargo per conservare le forze. Quando sono stata raggiunta dalle parole e da quel preciso ritmo che le scandiva, mi sono sentita liberata. Si era aperta una breccia, da cui sarebbero entrati altri versi. Quando ci si trova su un baratro, ogni parola che affiora deve sostenerci interamente, con tutto il nostro peso: allora un ponte inizia a costruirsi, a riportarci a casa. Ritrovando la lingua, torniamo nel movimento, nello scorrere della vita. Siamo già liberi dal dolore che è fissità, è un chiodo che ci trafigge e ci vorrebbe suoi per sempre, come insetti alla parete. Ma pronunciando una parola puoi sentire che non c’è niente che sia fermo: ogni cosa può essere guardata da un punto diverso, da una distanza o vicinanza. E mentre lo senti cambia il tuo sguardo, si trasformano i tuoi occhi, sei già un altro. Dimentichiamo così spesso questo antico cordone che ci nutre, dimentichiamo che abbiamo una lingua madre che si prende cura di noi, della nostra fragilità. Siamo figli della nostra lingua, siamo messi al mondo da lei. Lei ci fa nascere e rinascere alla vita.

Foto di Maria Evgenidu

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