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Libretto di transito

Amos Edizioni, 2018

Libretto di transito è un diario di viaggio attraverso i territori della psiche: presenze prossime a sparire e atmosfere oniriche fanno da specchio deformante ai gesti e agli accadimenti di ogni giorno. Allusività e precisione, densità ed evanescenza si corrispondono e si integrano in questo continuo tentativo di messa a fuoco e pronuncia del mondo. Come in un rito di passaggio, lasciandosi visitare dalle ombre, Franca Mancinelli ricompone i frammenti di un’identità aperta, che non ha mai abbandonato l’origine.

  • Terna finalista Premio Marazza 2019
  • Finalista Premio Elio Pagliarani 2018

Non è solo preparare una valigia. È confezionarsi, vestirsi bene. Entrare nella taglia esatta della pena. Gesti a una destinazione sola. Calzando scarpe che non hanno mai premuto la terra, dormiremo nel centro dello sguardo, come neonati.

****
 

Indosso e calzo ogni mattina forzando, come avessi sempre un altro numero, un’altra taglia.Cresco ancora nel buio, come una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Puoi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso. Nello stesso istante perdi anche la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno abituato. Non resta che cercare il tuo abito. Scivolare come un raggio, fino al calare della luce.

****
 

Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, un lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che disfi la valigia, ti scordi di partire.

****
 

Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando, uno dopo l’altro, nella tua voce passano uccelli d’alta quota, segnando una rotta nel cielo limpido. La faglia è in te, si allarga. Un soffio di freddo ti attraversa le costole e ti sta scomponendo. Non hai più un orecchio. Il tuo collo è svanito. Tra una spalla e l’altra si apre un buio popolato di fremiti, di richiami da ramo a ramo, su un pendio scosceso a dirotto, non attraversato da passi umani.

****
 

Sei stanca. Stai facendo spuntare le gemme. Le scorze si frangono, non resistono più. Con gli occhi chiusi continui a lottare. La terra è una roccia, si sbriciola in ghiaia sottile. È una parete e una porta. Continua a dormire. Le foglie si parlano fraterne. Dal cuore alla cima della chioma, stanno iniziando una frase per te.

In realtà queste prose sono trasmigrazioni […]. Se le due raccolte di poesia sono scatti fotografici, queste prose sono documentari interiori al rallentatore.

(Antonella Anedda, Tredicesimo quaderno di poesia italiana contemporanea)
 
****
 

[…] il gesto è per Mancinelli un modo di prendere le misure al mondo, senza alcuna concessione all’effusività, e tantomeno all’ascesi, ma con un’evidente apertura alla dimensione del sacro (nel senso di Tarkovskij: capacità dell’arte di rendere avvertibile l’infinito). Misurato, quasi zen, prensile senza risultare invasivo, il gesto può anche essere onirico, o simbolico, calando il soggetto in una dimensione metaforico-esistenziale che, in una quasi totale indeterminatezza temporale – o perlomeno d’un tempo non-occidentale – fa pensare a certa sapienza orientale.

(Riccardo Donati, laricerca.loescher.it )
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Libretto di transito è un libro insolito nella poesia italiana. È in una prosa onirica tessuta in un ritmo dettato dalle immagini […] “viaggia” in un altrove dove il corpo (il “tu”) si trasforma, diventa paesaggio […] ritaglia dettagli di corrosioni minime, metamorfosi, oscure faglie, presenze vuote e misteriose […]. Nel libro della Mancinelli c’è un io (forse neanche autobiografico), c’è un tu, ci sono treni e binari, valigie smarrite. Zanzotto diceva che la poesia è musica mentale. Libretto di transito è uno spartito per i sogni.

(Roberto Lamantea, La Nuova di Venezia e Mestre)
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Spettatrice assonnata del racconto spontaneo e silenzioso della vita che si dipana sotto forma di paesaggio, Mancinelli sa forgiare frasi precise nella loro perfetta volontà di evocare un pensiero. Come un infante, ne appaia di concrete e di “fantasiose”, ottenendo un effetto di galleggiamento del senso che apre scenari nuovi nella descrizione delle situazioni poetiche. […] I frammenti di transito […] coinvolgono il lettore come fossero il palinsesto di un grande romanzo possibile, una storia che non rinuncia ad essere narrata.

(Fabrizio Miliucci, Semicerchio)
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La prosa della Mancinelli sottopone i propri materiali a un lavoro di stilizzazione in cui la circolazione del senso capovolge di continuo forme e significati. Ne derivano una peculiare mobilità pronominale e temporale, l’ambiguità tra il vedere e l’essere visti, la pluralità delle possibili identificazioni. […] Eppure Libretto di transito, nonostante questa natura fluttuante, ha una struttura internamente progressiva, direi quasi “narrativa”: le sue prose sembrano dare conto di un crocevia dell’esistenza, fedelmente a una nobile tradizione di poeti che hanno collocato fra i trentacinque e i quarant’anni un’occasione cruciale di bilancio e di ripensamento.

(Leonardo Manigrasso, l’immaginazione)
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Con la messa a fuoco di semplici e insieme luminose azioni quotidiane, preparare la valigia, vestirsi, aspettare il treno, innaffiare il giardino, fumare o preparare un uovo, questi trentatré brevi componimenti, o poesie in prosa, vorrebbero fungere da umile foglio di via che col suo movimento costante […], sappia riempire il vuoto con qualcosa di concreto («to fill a Gap / insert the Thing that caused it», i versi della Dickinson in epigrafe all’opera) e combattere lo sradicamento dell’età moderna riportando l’uomo alla verità dell’albero radicato in cielo (Simone Weil, la seconda epigrafe).

(Annalisa Giulietti, Poesia)
****
 

La prosa di Libretto di transito è poesia che tende asintoticamente, perciò impercettibilmente a diventare un vero e proprio romanzo laconico o sospeso allo stato embrionale. […] Come nelle pagine vuote di Libretto di transito c’è dell’altra scrittura tipograficamente invisibile (che bisogna avvertire e percorrere), così nella scrittura immediatamente disponibile alla lettura è fondamentale leggere le pagine bianche – questa volta esse invisibili – che si insinuano tra una frase e l’altra, che le rendono “enunciati”. Di certo ciascuna frase lascia dietro di sé e prima della successiva, come uno strascico o un’appendice, un’eco e una sospensione.

(Roberto Portas, bibliomanie.it)
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Con questo libro Franca Mancinelli si è procurata un permesso di passaggio, di momentanea visione sull’abisso. Il suo sguardo sembra intravedere il non visibile giusto il tempo che viene concesso a un viaggiatore in transito su fenditure che poi si richiudono, in luoghi dove non si può tornare mai più. Chi scrive è un ospite privilegiato del dormiveglia, di quell’attimo irripetibile che precede il ritorno allo stato quotidiano delle cose. Il tocco è lievissimo. La capacità di sfiorare, e soprattutto di farsi sfiorare, straordinaria.

(Anna Elisa De Gregorio, poesiadelnostrotempo.it)

 

BIBLIOGRAFIA

MATERIALI CRITICI

 

Non è solo preparare una valigia. È confezionarsi, vestirsi bene. Entrare nella taglia esatta della pena. Gesti a una destinazione sola. Calzando scarpe che non hanno mai premuto la terra, dormiremo nel centro dello sguardo, come neonati.

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Indosso e calzo ogni mattina forzando, come avessi sempre un altro numero, un’altra taglia.Cresco ancora nel buio, come una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Puoi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso. Nello stesso istante perdi anche la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno abituato. Non resta che cercare il tuo abito. Scivolare come un raggio, fino al calare della luce.

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Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai
sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, un lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che disfi la valigia, ti scordi di partire.

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Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando, uno dopo l’altro, nella tua voce passano uccelli d’alta quota, segnando una rotta nel cielo limpido. La faglia è in te, si allarga. Un soffio di freddo ti attraversa le costole e ti sta scomponendo. Non hai più un orecchio. Il tuo collo è svanito. Tra una spalla e l’altra si apre un buio popolato di fremiti, di richiami da ramo a ramo, su un pendio scosceso a dirotto, non attraversato da passi umani.

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Sei stanca. Stai facendo spuntare le gemme. Le scorze si frangono, non resistono più. Con gli occhi chiusi continui a lottare. La terra è una roccia, si sbriciola in ghiaia sottile. È una parete e una porta. Continua a dormire. Le foglie si parlano fraterne. Dal cuore alla cima della chioma, stanno iniziando una frase per te.

In realtà queste prose sono trasmigrazioni […]. Se le due raccolte di poesia sono scatti fotografici, queste prose sono documentari interiori al rallentatore.

(Antonella Anedda, Tredicesimo quaderno di poesia italiana contemporanea)
 
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[…] il gesto è per Mancinelli un modo di prendere le misure al mondo, senza alcuna concessione all’effusività, e tantomeno all’ascesi, ma con un’evidente apertura alla dimensione del sacro (nel senso di Tarkovskij: capacità dell’arte di rendere avvertibile l’infinito). Misurato, quasi zen, prensile senza risultare invasivo, il gesto può anche essere onirico, o simbolico, calando il soggetto in una dimensione metaforico-esistenziale che, in una quasi totale indeterminatezza temporale – o perlomeno d’un tempo non-occidentale – fa pensare a certa sapienza orientale.

(Riccardo Donati, laricerca.loescher.it )
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Libretto di transito è un libro insolito nella poesia italiana. È in una prosa onirica tessuta in un ritmo dettato dalle immagini […] “viaggia” in un altrove dove il corpo (il “tu”) si trasforma, diventa paesaggio […] ritaglia dettagli di corrosioni minime, metamorfosi, oscure faglie, presenze vuote e misteriose […]. Nel libro della Mancinelli c’è un io (forse neanche autobiografico), c’è un tu, ci sono treni e binari, valigie smarrite. Zanzotto diceva che la poesia è musica mentale. Libretto di transito è uno spartito per i sogni.

(Roberto Lamantea, La Nuova di Venezia e Mestre)
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Spettatrice assonnata del racconto spontaneo e silenzioso della vita che si dipana sotto forma di paesaggio, Mancinelli sa forgiare frasi precise nella loro perfetta volontà di evocare un pensiero. Come un infante, ne appaia di concrete e di “fantasiose”, ottenendo un effetto di galleggiamento del senso che apre scenari nuovi nella descrizione delle situazioni poetiche. […] I frammenti di transito […] coinvolgono il lettore come fossero il palinsesto di un grande romanzo possibile, una storia che non rinuncia ad essere narrata.

(Fabrizio Miliucci, Semicerchio)
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La prosa della Mancinelli sottopone i propri materiali a un lavoro di stilizzazione in cui la circolazione del senso capovolge di continuo forme e significati. Ne derivano una peculiare mobilità pronominale e temporale, l’ambiguità tra il vedere e l’essere visti, la pluralità delle possibili identificazioni. […] Eppure Libretto di transito, nonostante questa natura fluttuante, ha una struttura internamente progressiva, direi quasi “narrativa”: le sue prose sembrano dare conto di un crocevia dell’esistenza, fedelmente a una nobile tradizione di poeti che hanno collocato fra i trentacinque e i quarant’anni un’occasione cruciale di bilancio e di ripensamento.

(Leonardo Manigrasso, l’immaginazione)
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Con la messa a fuoco di semplici e insieme luminose azioni quotidiane, preparare la valigia, vestirsi, aspettare il treno, innaffiare il giardino, fumare o preparare un uovo, questi trentatré brevi componimenti, o poesie in prosa, vorrebbero fungere da umile foglio di via che col suo movimento costante […], sappia riempire il vuoto con qualcosa di concreto («to fill a Gap / insert the Thing that caused it», i versi della Dickinson in epigrafe all’opera) e combattere lo sradicamento dell’età moderna riportando l’uomo alla verità dell’albero radicato in cielo (Simone Weil, la seconda epigrafe).

(Annalisa Giulietti, Poesia)
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La prosa di Libretto di transito è poesia che tende asintoticamente, perciò impercettibilmente a diventare un vero e proprio romanzo laconico o sospeso allo stato embrionale. […] Come nelle pagine vuote di Libretto di transito c’è dell’altra scrittura tipograficamente invisibile (che bisogna avvertire e percorrere), così nella scrittura immediatamente disponibile alla lettura è fondamentale leggere le pagine bianche – questa volta esse invisibili – che si insinuano tra una frase e l’altra, che le rendono “enunciati”. Di certo ciascuna frase lascia dietro di sé e prima della successiva, come uno strascico o un’appendice, un’eco e una sospensione.

(Roberto Portas, bibliomanie.it)
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Con questo libro Franca Mancinelli si è procurata un permesso di passaggio, di momentanea visione sull’abisso. Il suo sguardo sembra intravedere il non visibile giusto il tempo che viene concesso a un viaggiatore in transito su fenditure che poi si richiudono, in luoghi dove non si può tornare mai più. Chi scrive è un ospite privilegiato del dormiveglia, di quell’attimo irripetibile che precede il ritorno allo stato quotidiano delle cose. Il tocco è lievissimo. La capacità di sfiorare, e soprattutto di farsi sfiorare, straordinaria.

(Anna Elisa De Gregorio, poesiadelnostrotempo.it)

BIBLIOGRAFIA

MATERIALI CRITICI