copertina Domenico Segna

Domenico Segna, nove poesie da “Le onde radio”

Cartoline
 
 
Nella sua bella blusa blu
il mare scrive cartoline.
Le invia a pochi amici.
Su ognuna di essa
un granello di sale,
un pesce fa da francobollo.
Non le firma mai.





Domenica pomeriggio d’una pianta d’appartamento
 
 
Con le matite
messe in bell’ordine
ho scarabocchiato un campo
di non so che cosa,
un ricamo d’alberi
su di un merletto di terra.
 
In bicicletta sul lungo Po
si è recato il colombo
vicino di casa,
a perdifiato è ritornato
con una nuvola sul manubrio
per dare acqua
al mio capolavoro.
 
La polvere ha invaso la stanza:
senza uscire è trascorsa la giornata,
dalle foglie alle radici
è fiorita la carta da parati.




 
A scuola di poesia
 
 
Scrivere una poesia
è molto semplice
si prende un bel foglio
si va a lavoro
si fa la pausa pranzo
si torna a casa
lo si ripiega alla sera
bianco bianco.
 
(Quello che dovevo
scrivere se l’è preso
una scolaresca
in vacanza
lontana da casa
ognora
in partenza).





I
 
 
Ho amato un corpo morto:
mio padre.
 
Verranno gli autunni
sulle onde radio.
 
Coglieranno pretesti
che non comprendiamo
quando la piena dei sobborghi
sfugge
            al patio dei controlli.
 
Giungono senza un lamento,
senza una colpa.
            verso altre stazioni
per togliere anni
agli istanti.
 
Oggi fa freddo.
 
Le previsioni dicono
che sarà difficile
catturare le frequenze.





III
 
 
In primavera crudeli giardini
si coprivano di mille litanie,
                        mia nonna
con veletta sul cappello
le raccoglieva,
le depositavo ai piedi di Gesù.
 
I giardini erano la stanza in più
della nostra casa vuota d’estuari:
 
petali di Lari
malvagi Penati
gli scuri armadi
origliavano.





Upupa di silenzio.
L’impossibile ala di neve
di una ringhiera.
Ti desti in un grido.
Onde radio scendono dal cielo,
irrequieto candore sulle fronde degli alberi.
S’addensano nastri di nubi.
Silenzio aspro, tenda immobile
qui vicino o altrove
le frequenze della radio
restano ancora flebili.
L’aia appare sul vuoto,
dipinge il pane ed il vino.
La mano cerca la manopola
per sintonizzarsi.
Palpito arido osceno
intervallo a lungo meditato,
eppure il cielo brilla
in questo pomeriggio di febbraio.
Candida abbagliante clausura
a monte o a valle la cecità
non dà tregua.
Terra. Terra.
Perfezione di una lente.
Oscilla la barca.
Si sottrae alla forma,
al colore costringe il sigillo.
Le onde radio non restano ferme:
perché tanto clamore?
Quando ero in Germania
un giovane iddio passava
davanti alla gendarmeria.
Caldo fiore sfigurato flutto
la neve oggi non ha più il suo guado.
Sul ferro s’ascolta l’upupa di silenzio.
 




L’elezione di un papa
 
 
Seppi confessare il mio inizio:
altare, ore, liturgie
nella bocca del pane mio.
Battito, urto, impeto,
serrato dal fuoco ascolto l’altezza,
altra vita non posseggo.
In questa casa un tiglio sogna,
un viale conduce verso periferie.
S’ode un treno. Giglio colto da Caino.
L’ora nona esita,
sacrificio al servizio
della sera che si fa perché.
I rami, i rami sono ancora pieni
di giorni compiuti, di foglie preziose.
Salario del peccato che si accende nel petto,
non viste s’aprono le grate del bosco.
Chi vi abita ha un nome impronunciabile.
Incudine della gioia, la corona di spine
tesse l’ansia del conforto.
C’è l’ora nona, sconosciuta, da percorrere.





Dopocena
 

Strano a dirsi ma la cena è riuscita.
Abbiamo spezzato il pane,
bevuto il vino, intinto nell’olio le focacce.
Giuda è stato tranquillo, Pietro brioso.
Quando se ne sono andati
Giovanni, il più giovane dei miei discepoli,
mi ha ringraziato per la lieta serata.
Dopo aver chiuso la porta ho sgombrato la tavola,
la lavastoviglie non ha fatto rumore.
Non avevo voglia di mondare i piatti.
Disteso sul sofà mi sono visto la registrazione
dell’ultima puntata di Downton Abbey.
Tranquille appassite verità.
Di soldati che vengono ad arrestarmi
non ce ne sono più,
di morti da resuscitare
in giacca e cravatta neppure.
Icone delle onde radio di ieri
raccontano della mia entrata a Bruxelles.
Presso di me non c’è preferenza
di cani, di locuste, di sconosciuti.
Questo è il mio corpo,
questo è il mio sangue,
questo il momento di vegliare.
Così ammetteva un mio seguace
che non voleva camminare
su nuvole di chiese pallide e inquiete.





Il sepolcro di Lazzaro
 
 
Da questa pietra non so staccarmi.
Ottobre è un fiore, luglio un bosco dimenticato,
gennaio la pena di un binario
locomotore senza conducente.
In questa terra assolata
l’erba è più forte delle sue creature.
Fui seppellito senza cieli, un temporale di cenere e luce
entrò nel mio sonno. Risorsi.
Vermiglie teologie videro i miei calzari percorrere pietraie.
Per rancore, nel fianco, mi fu piantato un coltello.
Le palpebre ebbero un fremito. Risuscitai.
La città era stata distrutta, al suo posto
non il candelabro, non la croce, non l’aquila
ma un nuovo Dio, il tuo Said, che non è il mio.
Ti amai senza conoscere il tuo volto.
L’imperatore di Bisanzio s’adornava di greco,
con  pupille raggianti portasti il suo anello nel medio.
Trofeo di un incendio, dolore per alberi di croci cedui.
Un tempo l’avrei indossato, ma la tua legge
infierì sul mio corpo. Giacqui nell’estremo orlo del gregge.
Un nuovo temporale di abbandono e chiarore s’aprì
in un rovescio primaverile sul conclave delle eresie.
Tra baracche e cani rabbiosi i notturni e i nebbiosi
seppelliscono ora i morti che mai perdono il loro treno.
Le mie resurrezioni non hanno fine, posseggono la rotta
di un razzo, eco fanciullo di altre vendette.  
Foto di Maria Evgenidu
 

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