Riccardo Socci, “Lo stato della materia”
ciascuno è a letto,
con le dita che si intrecciano, ricopia
di cellula in cellula
le proprie informazioni, dentro
la sua mente, come una traccia lasciata
nella speranza di perdersi, per sempre.
ciascuno è a letto,
con le dita che si intrecciano, ricopia
di cellula in cellula
le proprie informazioni, dentro
la sua mente, come una traccia lasciata
nella speranza di perdersi, per sempre.
fu un atto levigato, di un migliaio di anni
noi ci guardammo da un mare all’altro
poi fummo su una stessa cima
perfettamente uguali.
cercavo la voce che dice
io,
io soltanto
oltre l’eco dei padri e delle madri
l’eco di tutti i figli
nella stanza vuota.
come un uccello
preso al laccio in una trappola
geometrica
conosci solo il desiderio
di volar via dalle forme
Chi resta
impara a nascondersi. A non essere niente.
Fingere le ipotesi. Le cose non accadono
a quelli che spariscono.
io sono seduto nella sua pioggia di spore
sognando di essere una montagna e sento
il cielo tutto intorno, intoccabile, pieno di
stami, liquido come un torrente, coagulato
come l’universo prima della mia comparsa
Saremo oltre lo schermo
senza connessione
con gli occhi aperti al buio
nel luogo dove eravamo
prima di venire al mondo
e io strappai dall’acqua opaca
il mio cervello zuppo
e lo tenni lì, sospeso –
lo vedi, ora? –
come tenne Perseo
la testa di Medusa,
ma senza orgoglio
e senza idee.
Stavano lì, con le mani sui vetri che si appannavano con i loro fiati; ogni tanto credevano di vedere qualcosa, di sentire un movimento, ma era il loro stesso battito cardiaco, il suono del loro respiro che riecheggiava nell’oscurità. Piano scendevano dal gradino e in punta di piedi tornavano a casa.
Era da queste parti
dove dicevi che sono nato,
la piega dei fogli che ho letto e gli steli
del grano d’estate, la terra