copertina poesie Stefano Peter Pini

Stefano Pini, otto poesie da “Mandato a memoria”


Treviglio, via Milano
 
Era da queste parti
dove dicevi che sono nato,
la piega dei fogli che ho letto e gli steli
del grano d’estate, la terra
dove poggiavo e adesso guardo: il giorno
era a più distanze, ricordo
la luce rotta di chi adesso, labirinto
tra i campi è uomo.
Le mura sono cresciute senza germogli
attorno la pioggia che porta per mano
fino alla carta, dove s’impara il seme
e che questa è una casa so scriverlo,
un amore dove la radice arrampica.
Una pianura, quanta fatica per tornare qui.
 
 
 

Milano, via Conchetta
 
«Non parlare»
ci riconosceremo nel tracciato
di questi canali
il riverbero dei tetti nelle increspature.
Nell’inverno da fare
la stagione trattiene un calore
agli angoli dei mercati, nei sottopassi:
«Non chiamare»
la storia è già data, la città piega in silenzio.
 
 
 
 
Del vorticare avevano detto
dei tubi in circolo, il mercurio che lungo il fianco
richiude il sonno. Avevano detto
dei macchinari che reggono una tenebra
fin nella tunica, costante
di una stanza in cui la geometria
è tutto. Ripetizione dell’aorta,
un bilancio di ciò che rimane,
germoglio segnato dell’autunno.
 
 
 
 
Luccica l’emocromo nel mattino,
l’osso non sorregge abbastanza
la coperta. Dove ieri parlava una pietra
rossa con la scanalatura,
si stende l’alzheimer, una tela
dispersa negli anni, un’alleanza
esausta.
E non c’è più l’immagine del fieno
con la sua fame piccola, le armi
pronte per la guerra, i primi rotocalchi.
Non più il paese, la tabaccheria.
Il corridoio d’ospedale
dizionario di una vita secondaria.
 
 
 
 
Tornare al nome, e non c’è nulla.
 
Il tonfo della palla sul legno
della palestra, le mani scheggiate dell’infanzia,
le braccia limpide
nella manica lunga.
 
Terminano nei figli queste ossa, e nient’altro.
Un mistero la gioia, come si fa strada.
 
 
 
 
Nessuno sa il segreto dentro i polsi
il soffitto che crolla, scrosta l’attesa.
Nelle mura lo sguardo quieto
della trama non chiede
ma si piega e comincia
a chiamare. Continuamente.
 
 
 

Chiama a raccolta il calendario
stringe le spalle, non tradisce colpa:
lo dicono i muri, i terrapieni
dove cresce una casa.
Sull’intreccio dei padri si compiono
diapositive e premonizioni,
il tempo in cui fissiamo un rifugio.
 
 
 
 
Ci è stato dato questo e non altro
il calore che si estingue in un esercizio
mandato a memoria, nei cortili.
Un’attesa qui e non altrove
il vento affilato dove si nasconde
marzo, il treno fermo mentre sorridi
nelle scapole un altro giorno che sporge.



Stefano Pini, Mandato a Memoria, Interlinea, Novara 2019



Foto di Stefano Pini

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