copertina recensione Jessi Simonini

Jessy Simonini, per “Tutti gli occhi che ho aperto” di Franca Mancinelli

Recensione uscita sul quadrimestrale «Le voci della luna», n. 79, marzo 2021, p. 79.

Impressiona, di quest’ultima raccolta di Franca Mancinelli, la profonda densità dello sguardo adottato che si traduce in una scrittura altrettanto densa e scarnificata, oggetto di uno scavo quasi geologico e poi di un preciso lavoro di lima sulla forma. Dal punto di vista dello stile, infatti, Mancinelli sembra agisca per sottrazione, con la scelta di formule brachilogiche e di strutture brevi che condensano, nello spazio di appena pochi versi, un mondo ampio e stratificato. Operazione di scavo, operazione di sottrazione: per una poesia che può apparire al lettore come “asciugata” e ridotta all’essenziale, in linea di continuità con alcuni testi delle raccolte precedenti (Mala kruna e Pasta madre), ma che nulla leva all’intensità poetica della raccolta. Ad agire questa sottrazione, oltre alle caratteristiche formali, vi è anche una scelta precisa in termini di organizzazione del verso nello spazio testuale, con l’inserimento di numerosi spazi bianchi, utili parentesi di respiro fra la densità di un testo e l’altro. Parentesi di respiro, quasi “radure” o chiari del bosco simili a quelli evocati dalla filosofa spagnola María Zambrano in un suo saggio memorabile (Claros del bosque). Il legame con Zambrano ci appare qui molto appropriato (e sarebbe interessante capire se esso sia accidentale o meno), anche perché quella di Tutti gli occhi che ho aperto è una poesia boschiva, dove “ogni città e una radura” e dove, fra i rami degli alberi, si manifestano “animali che escono di notte”. Particolarmente riuscito sembra essere l’equilibrio fra i testi in prosa, brevi e compatti, e i versi; la prosa è qui una smagliatura, un’estensione del discorso e dello sguardo che si configura come un intarsio narrativo necessario per dare corpo e solidità alla raccolta nel suo complesso, sino alla parte finale “Diario di passo”, ove le prose riproducono immagini dolorose tratte da un viaggio lungo la rotta balcanica. La vita boschiva e animale cui si faceva riferimento si apre così a uno sguardo etico; lo si può osservare soprattutto nelle prose che fanno riferimento al transito dei migranti sul confine orientale, rimasti catturati in una fotografia dove “vedi migliaia di migranti attendere in piedi, sotto la pioggia, o appoggiati a terra l’uno sull’altro” o nei testi poetici che raccontano le tragedie dei profughi nel Mediterraneo, su una barca “richiusa in bara”. Tale sguardo etico mostra la precisa scelta, da parte di Mancinelli, di dare voce e luce ai più fragili, agli ultimi, ai marginali; e la poesia stessa si pone, a tutti gli effetti, “a margine”. Gli “occhi che ho aperto” sono dunque gli occhi dell’altro, degli altri: perché la propria soggettività viene quasi a dissolversi e la poesia altro non può fare che rivolgersi all’altro per poterlo raccontare. Rispetto alla questione dello sguardo, esso si nutre anche di due particolari “tecniche” che vengono inserite nello spazio della poesia. In primo luogo la fotografia: la “scrittura” viene definita “mia camera oscura” e alcuni testi ci sembrano fotogrammi a tutti gli effetti. E poi il medium cinematografico: “chiudo gli occhi, e attraverso l’immagine”, con l’utilizzo di una forma poetica che pare riprodurre in alcuni casi il travelling delle riprese. Colpisce, nel rileggere la raccolta, l’equilibrio raggiunto da Mancinelli e il particolare nitore del suo sguardo poetico, un nitore che si rivolge al paesaggio (o a ciò che sta dietro il paesaggio), alla vita animale, nella meraviglia di quando “ci svegliamo dentro gli occhi di un uccello”, a ricordarci che la poesia può essere prima di tutto “una possibile forma di vita”.

Foto di Armin Graca

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