copertina nota Milo Pasta madre

Milo De Angelis, Appunti su “Pasta madre”

Questa nota do Milo De Angelis accompagna l’edizione di Pasta madre (Nino Aragno 2013).

                                                                      «quello che sono è una finestra» (Franca Mancinelli)

Questo libro sembra scritto in una stanza con la finestra socchiusa. Dalla finestra entrano le cose del mondo. Dalla stanza escono messaggi e richiami.

E questi richiami sono affidati agli animali. È un libro pieno di animali: uccelli, formiche, insetti, uno sciamare diffuso che investe il corpo e l’anima.  Gli animali diventano i messaggeri tra il dentro e il fuori, portano notizie e dispacci, creano nessi, collegamenti, similitudini.

La similitudine è protagonista in Pasta madre. Non la furia analogica o la velocità ermetica delle associazioni, ma l’andatura lenta e ragionata del paragone, la ricerca di una prossimità, qualcosa che viene raggiunto giorno dopo giorno, tra domande, esitazioni e incertezze.

Anche la natura qui ha un tratto logico. La natura è ben presente: alberi, animali, sabbia, acque portano la stanza in una dimensione panica. Un panismo inquieto e meditativo, mai dionisiaco. La natura si fa discorso, custodisce in sé il peso di un ragionamento. Tutta la poesia di Franca Mancinelli è densa di pensiero: un pensiero vigile e aguzzo, alimentato dal rapporto quotidiano con la solitudine.

Nella stanza regna questa solitudine. L’altro non esiste come interlocutore ma come testimone di un ritmo, come colui che accompagna il sonno e la veglia, il silenzio e la voce, il caldo e il freddo. L’altro è sullo sfondo, non è mai protagonista. Il vero protagonista è lo sguardo.

Ed è uno sguardo impietoso. Non cede alle lusinghe dell’apparenza, non si fa addolcire dalle mollezze dell’elegia. È uno sguardo tagliente, scrutatore. Può essere carico di tensione, ma non è mai sentimentale. Nessun intimismo in questi versi, nessun cedimento alla canzone.

È uno sguardo stringente, capace di svelare l’altro lato delle cose, la faccia  invisibile del dado. Ed è uno sguardo condannato a capire. Vede troppo nitidamente, non vuole cedere all’inganno effusivo, alle illusioni ottiche dell’amore.

Anche la notte è perforata da questo sguardo senza tregua, condannato a vedere troppo, a capire ciò che è vietato capire. Pasta madre contiene una zona notturna, diversi momenti di sogno e dormiveglia. Ma non è una notte romantica, non è l’oscurità dell’abbandono o del pianto. È uno sguardo intelligente. Anche i sogni diventano interpretazione dei sogni. Anche di notte si aggira nella stanza il fantasma del pensiero, la figura geometrica da dimostrare, la condanna del controllo.

L’intelligenza fa le sue incursioni lungo il corpo, che è un altro protagonista del libro. Un corpo conoscitivo. Polso, schiena e mani sono strumenti di scavo dentro di sé, luoghi del perpetuo interrogare,  membra pensanti, parti del discorso. Un corpo prigioniero, in via di guarigione, con riprese e cadute. Numerose le figure della convalescenza e della vita che rinasce. Forte è la presenza delle mani come strumenti della cura. Mani che scrivono e soccorrono. Cura e scrittura.

Tutto il libro è un sottrarre e un levigare, uno sforzo di purificarsi, di giungere a una nudità che è conoscenza. Mettersi in uno stato di ascolto e di servizio, essere servizievoli. Scrive Franca Mancinelli: «L’unico pensiero è quello di aderire, di eliminare ogni intenzione che fuoriesce dal tracciato. […] sono stata una cameriera mite e quasi muta: lavoravo religiosamente chiusa in me stessa».

La protagonista di Pasta madre non ha età.  È bambina, vecchia, morta, fanciulla in fiore, sibilla, veggente, sposa, figlia, vedova, smarrita: si radunano in lei epoche e stagioni. È come se l’intimità con le ombre le avesse conferito un tempo assoluto, un tempo che raccoglie tutti i tempi dei suoi interlocutori e li raduna nel suo.

C’è un filo elettrico che percorre i versi di Franca Mancinelli, uno stato d’allarme, qualcosa che ci costringe all’attenzione. Sono stati scritti alla finestra, in una zona di frontiera e di dogana. E sono stati scritti dopo un difficile cammino tra le parole, con pagine lasciate bianche e silenziose.

Di tale cammino portano il peso, la ferita e la tensione, ma anche il sapere. Così questi versi possono avere una forza oracolare, una forza accresciuta dall’isolamento e da un regime di massima sorveglianza. Possono avere la sapienza di chi è stato per tutto il suo tempo a contatto con la morte e ora, sopravvissuto, riesce finalmente a dare qualche notizia di lei e di tutti noi.

Foto di Veronica Ujcich

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