Questa nota di Massimo Raffaeli è uscita con il titolo Dopo il viaggio su «Poesia», XXV, n. 273, luglio/agosto 2012, accompagnando miei testi inediti, raccolti l’anno seguente nel libro Pasta madre (Nino Aragno, 2013).
Almeno due dati apparivano certi al lettore che avesse incontrato, nel 2007, Mala kruna (Manni), il libro d’esordio, e un esordio di nettezza sorprendente, di Franca Mancinelli: il fatto che il segno approdasse alla pagina con un giro di frase lieve e tuttavia disposto nella terza dimensione, fondato su gesti che talora esplodevano in clausola, vibrando di un ardore tenuto sottotraccia ma dentro una coazione che poteva simulare il diapason; così come il fatto che quel libro (appunto un primo libro, non una raccolta additiva) disegnasse un vero itinerario e dunque si scandisse al proprio interno nella forma del viaggio. Segno, questo, di una sua fondata ricerca, anzi della necessità di un approdo che non equivalesse a un puro atto di autoriconoscimento o a un gesto, purchessia, di maquillage. Non a caso il libro a venire di Franca Mancinelli viene diramandosi da un punto fermo che, al lettore memore di Mala kruna, suggerisce il processo di scansione al presente o, meglio, di lenta metabolizzazione percettiva. A mutare non è tanto la consistenza del segno (di concretezza lieve, traslucida, affiorante), né la postura del metro (lineare fino all’endecasillabo ma fitto di inarcature in funzione di ostacolo e di pausa) quanto, semmai, l’orizzonte della percezione. Il mondo di fuori qui è divenuto un interno domestico, la luce si è schermata o accecata in penombra, mentre la certezza di esserci è di continuo misurata sulla consistenza vegetale/minerale/animale di presenze rarefatte: sono incerti residui, crisalidi, minime spoglie, gli indizi di un principio di metamorfosi o di una mutazione già in atto: «con le tue carezze ai piedi/ secche foglie, aspetto nuda/ le ossa oltre la carne/ gemme nell’inverno/ e armatura». Può sembrare un punto di stallo ma si tratta di una attesa prolungata nel freddo, a pugni chiusi, dove ormai si profila, per improvvise intermittenze, l’evenienza di un “tu” che non è un “tu” novecentesco, non un nominativo, ma piuttosto un “te” accusativo”, vale a dire lo spazio proiettivo del senso: il luogo in cui, liberandosi, si arrende per un attimo a se stessa la poesia.
Foto di Veronica Ujcich