Alcuni testi dalla silloge inedita di Vega Tescari, Campi, finalista al premio Laboratorio della visione 2024.
Lontananze Eravamo saliti di sera tardi in cima alla collina. Volevamo vedere anche noi quelle stelle che cadono in certe notti dell’anno e ci avevano detto che era lì che dovevamo andare. Avevamo una coperta e ci siamo stretti l’uno all’altro tenendoci le ginocchia tra le braccia. Non sapevamo quanto avremmo dovuto aspettare e se alla fine avremmo visto qualcosa. Ci bastava stare così, in attesa, in silenzio, guardando in su, sorridendoci ogni tanto. Non dicevamo nulla, ma in fondo ci sentivamo un po’ stupidi, come chiamati a un gioco che dovevamo solo stare a guardare. La terra sotto di noi era fredda e umida, ma l’aria aveva qualcosa di caldo, qualcosa che ci rinfrancava e che dava un buon odore all’attesa. Hai tirato un respiro profondo, come quando ci si trova in alta montagna e si aprono i polmoni a un’aria nuova. Hai detto che alla fine era come se aspettassimo il palesarsi di campi di energia; come se queste stelle che sarebbero dovute cadere e noi lì a vederle cadere, non fossero altro che un essere raggiunti da energie lontanissime di cui avremmo forse percepito, o pensato di percepire, l’eco. Eravamo come casse di risonanza di qualche altro mondo. Avevo avuto l’impressione di vedere qualcosa, ma non ero certo che si trattasse di una stella. Era stato un luccichio, ma non avevo visto una scia o il movimento di una caduta. Tu a un certo punto hai indicato qualcosa, ma io non ho fatto in tempo a coglierlo. Poi più niente per lungo tempo. La notte stava finendo, noi eravamo stanchi e non sapevamo se e cosa avessimo visto. Eravamo usciti per osservare le stelle cadere, ma in realtà era stato tutto un immaginare il momento in cui le avremmo viste e che cosa avremmo provato. Avevo quasi sentito quei campi di energia di cui avevi parlato; assomigliavano a voci distanti, come quando da lontano si cercava di richiamare qualcuno e nell’aria restava solo l’inizio e la fine delle parole, con in mezzo un vuoto. Anni luce in un cosmo di discorsi che cadevano e le cui scie erano distanze da colmare. Nella luce Trovarsi in mezzo alla luce. Un’onda bianca, fresca e calda allo stesso tempo. Il formarsi di spazi. Il nostro entrare, sospinti. La luce, una porta che non cessa di aprirsi. Una forma di fiducia che fa a meno di noi. Le chiavi cadute dalla tasca. Quelle luci chiare che si scontravano nell’aria. La tasca vuota, un buco d’ombra. E la luce in caduta libera. Ci siamo chinati insieme. La luce ormai sparita e noi lì, come a trattenerla tra le mani. La luce dei giorni. Ma anche le notti, con i loro bagliori. L’apparire fulmineo di cose lontane. E le vicine, così opache. Pensare a un tu in un altrove, distante. Affacciato a finestre di case aperte. Spoglie, ma attraversate da luci di cortili. Case in cui solo stare, inabitabili. Hai visto anche tu quegli attimi, il restare vigili in attesa di un segno. Il taglio degli occhi sul viso, come l’aprirsi di un’ipotesi, ogni volta, ogni minuto. Ospedale da campo Mi piacerebbe vedere la tua casa, hai detto. Ma non da dentro, vorrei stare alla finestra, affacciato verso l’interno standone fuori. Mi piacerebbe vedere come entri nelle stanze, come tocchi le cose, come le trattieni tra le dita. Quante dita useresti per sollevare qualcosa, dopo quanto tempo lasceresti la presa. Vorrei misurare i secondi e i centimetri che ti separano dal mondo e vedere che cosa succede ogni volta che lo raggiungi. C’è sempre tanta aria sospesa tra noi e le cose, incidiamo traiettorie in spazi vuoti, lunghe ferite che si ricuciono dietro di noi. Un ospedale da campo impalpabile si allestisce dietro gesti, movimenti, parole. Odori di suture, di bendaggi, ma anche il profumo di un gesto, di una frase, che si fanno largo senza ferire. Presenze invisibili e silenziose operano di continuo per riunire quanto viene separato, per permetterci di continuare a entrare in spazi e luoghi senza cadere in crepe, buchi, vuoti d’aria. Galassie Stai solo fermo, non ti muovere, e guarda in su. Indicavi un punto nel cielo scuro, qualcosa di lontano, di troppo distante da noi, ma carico di qualcosa. Dicevi che quando muovevi le mani per scrivere o per prendere una cosa, immaginavi di spostare galassie, di soffiare polvere stellare e ricomporre cosmi, pianeti. Gli anni luce erano su un tavolo, li vedevi se volevi. Anche il tuo corpo era una dimensione aperta, una cosmografia di punti che nemmeno tu conoscevi. Non capivo, ma ti capivo e ascoltavo. Guardavamo in su, nel buio, e dicevi che parte di te era là, sparsa in mezzo a stelle, supernove e tutto quanto era parte del nostro mondo ma con una sua estraneità, una sua lontananza. Non ti importava essere parte di questo mondo, se non potevi sentirti parte anche di quella dimensione minerale, acquosa, misurata in termini inimmaginabili, migliaia e migliaia di anni, parsec. Dicevi che eri lì con me, ma anche lontano, sparso e disperso in galassie ancora da decifrare. Sorridevi pensando al nome che ti avrebbero dato, a come tu già ora sapevi che eri cosa da scoprire, nascosto da qualche parte, intento a vivere qualcosa che non sapevi, ma che già era te. Qui alcuni testi dal suo libro d'esordio Come (Cronopio, 2018) Foto di Vega Tescari