copertina testi Holden, 026-II

Versi come foto ricordo dal laboratorio “Custodire e sacrificare” -Scuola Holden (maggio-luglio 2026)

Una foto ricordo del laboratorio Scrivere poesia. Custodire e sacrificare, condotto per Scuola Holden nell’aprile-maggio 2026: testi scelti dei partecipanti, nati da diversi “inneschi” seguiti durante gli incontri.

Il prossimo laboratorio di Custodire e sacrificare inizia il 24 novembre.

Lorenzo Baldassarri 

Nel crescere hai perso ogni occasione
di essere tutto cielo, sei rimasto
la singola stagione dentro il tunnel.
Ma l’importante è ancora essere qui
a reclamare spazio con lo sguardo
che non sa più restare dentro il margine.

*

Ogni storia affonda nel silenzio
che è trauma e insieme trama
di voci bianche in un cielo-cimitero.
Tacere è sempre questo
raccogliere il disordine
che abbiamo seminato dall’inizio:
è l’indizio che abita nel corpo
sradicato, esposto alla tragedia
di non potersi dire.


***


Simone Coatti

assenza costante presenza
(Simone)
il lutto non
urla. fa qualcosa di più

lento. allunga gli spazi

tra
una parola
e
la
prossima.
così la frase diventa
fragile
le manca il verbo

si spezza
in pezzi
di

silenzio. allora scrivo il tuo nome

sul tavolo
col dito. lo scrivo piano:


e quando arrivo alla fine
il silenzio
continua
ancora
per molto
più a lungo
della parola.


*

La valigia

Porto il mio corpo
come una valigia pesante
alla stazione dei giorni.
Ogni mattina
credo di aver perso
il treno giusto.
Poi sento
un fischio lontano.
E capisco:
la partenza
è ancora qui.


***

Maurizio Ferrero

Valigie

Dicono che le valigie trasportino pezzetti di sé.
Ma prima di riempirle occorre sapere
che tempo farà venerdì o tra due mesi
e verso quale meta tenderà il viaggio.

Quanto occuperebbero un vasetto d’incoscienza
e un paio di sorrisi cortesi – per il giorno e la sera–
come proteggere la pelle dalla solitudine,
a cosa rinunciare per rimanere leggeri?

Le paure sono le più inflazionate.
Di certezze – non si sa mai quale portare.
Quanto al resto, ecco alcuni consigli:

calcolare bene le dimensioni del bagaglio
e prevedere uno spazio per la roba sporca.
Fossero anche labbra macchiate di vino
baciabili al massimo un’altra volta o due.

L’ordine è importante. Prima le scarpe:
carrarmato per le strade pericolose
comode da sfilare in caso di meraviglia.

I vestiti arrotolati in senso orario.
Così la tristezza non raggiungerà le pieghe
quando i giorni supplicheranno Mezzanotte
la grazia di un minuto in più.

I ricordi nell’altra metà del bagaglio
cercando di riempire tutti i vuoti.
Quelli felici che appoggino sul cuore.
Se fragile indossarlo raramente.

Una volta chiusa la valigia
nel caso rimanesse fuori qualcosa
può essere lasciato a casa.

Non preoccuparsi se non si è preso tutto,
in fin dei conti è l’essenza del viaggio
ignorare come, quando e perché.
Si sapessero,
basterebbe un bagaglio a mano
con dentro giusto i sogni in pendant
o al massimo qualche poesia
da leggere a caso in un gioco divinatorio
come il Grande libro delle Risposte.
Claudia De Bellis 

nostalgie

non ritornerai
sul margine sfrangiato del giardino
memoria in poca luce,
non ritornerai
alla voce piana nella cucina
soluzione per ogni fame,
alla penombra di quella strada
di irrisolte partenze

non ritornerai bambina

chissà se rispecchia
verità
questo ostinato
riordinare in laboriose pieghe,
che ogni tanto
arriva a sgualcirti l’anima

*

ho smesso di cambiare nell’armadio
le stagioni morte dietro i vetri,
mi interessa poco rinnovare i colori
come direzioni della mente

vivo raggomitolata sul tappeto
davanti al guardaroba della vita
e aspetto un cambio di temperatura
che mi dica se accorciare maniche e capelli

ho smesso di spostare scarpe da sopra
a sotto con rotazioni in senso orario
e cammino a piedi scalzi solo
dentro spazi dal perimetro noto

confido con parsimonia nell’arrivo
di qualche corrente ascensionale


***

Alessandra Cameroni

Cara…
non so se mi sei cara in quest’ombra di passato,
dove tutto è fresco, e lo sguardo arreso
da animale mansueto
traccia la pena:
sostenere la prova a misura del tuo essere.
Un guadagnarsi il diritto di avere in te tutti i sogni del mondo.

*

Sotto le palpebre,
il cremisi di stanze
dove solo l’arredo è rimasto
a raccontare i giorni.

Sul vialetto di casa
saltella
un lucherino.
In bocca, un morbido fiocco di pioppo.

***

Catia Gusmini

Abbozzo di autoritratto

E questa è la fotografia
della mia anima, che mi guarda
da un tempo greco. Non so più
cosa vede, il suo sorriso
è bianco come il braccio scoperto
come i cuscini di pietra.

Parla.
Di’ qualcosa, qualunque cosa.
Scegli almeno una parola
che si leghi più forte
all’indefinito


[I versi in corsivo sono tratti dalla poesia La pietra perifrastica, di Kiki Dimulà (1931-2020)].

*

Madre

Ho smesso – hai detto – di reggere i muri
ma sale più tenace il rampicante
ricordo dei tuoi pomodori al sole
trapassati in conserve giù in cantina.

Perduto il sottovuoto ora fermento
tra la scatola SOMMA ricettacolo
di foto in bianco e nero e calendari
e la valigia “festoni luci e altri
addobbi” dismessi di Natale.

[I versi in corsivo sono tratti da una poesia di Franca Mancinelli, in Pasta madre, 2013]
Francesca Ferri 

Quasi in apnea
ascoltavi le tortore
aggrappata e piccola alla ringhiera.
Quasi uno scoglio adesso
la voce di tuo padre
il tuo nome a metà
la vela bianca del suo sorriso
il vento, il click di una foto.

*

La pioggia applaude sull’asfalto
i primi cenni di frescura.
Le ginestre cedono il passo all’erba e basta.
Due rondini
virgole tra occhi e cielo
scivolano via.
Il chiù fende la notte
suono di stella
mentre un cane guaisce abbandono.


***


Marina Fantin

Sonetto 1 (Perdono)

Cattiva figlia sono stata sempre,
retrocessione di ogni desiderio
paterno e materno di controllo,
ferita infetta inferta al basso ventre.

Cattiva figlia con l’anima a mollo
in brodi primordiali di chimere,
speculazioni, sogni ed atmosfere,
intolleranti d’ogni protocollo.

Cattiva finché amore ha sciolto
d’intercapedini erte a difesa
le incrostazioni, liberando il suono

di un canto libero, puro, risorto
dal nucleo incandescente dell’offesa,
frequentando la casa del perdono.

*

Alla fine del mio dolore
trovai un campo di sterpi,
sassi e serpi
in agghiacciati amplessi.

Alla fine del mio dolore
trovai un manto di rose

sensi intrisi del sangue delle cose,
conficcati nelle loro crepe,
a distillarne
parole innamorate.


***


Francesca Fumana

Finisterre

Piedi stanchi,
occhi pieni di vita futura,
Un rosso tramonto di cuore esploso.
Seduta ai confini della terra
aggiungo al mare una goccia salata.

*

Un passo, poi un altro. Un contatto, poi una perdita. Così per infiniti attimi, tutti uguali a vedersi ma ognuno a suo modo diverso nel compiersi. Allora io provo a stare nella pausa, dove non c’è nulla. Come fra un’inspirazione ed un’espirazione, in quell’attimo dove esistiamo senza respirare, senza essere.
Giulia Sansone 

Oscillazioni di fase
Come chi sente troppo
Poi d’improvviso nulla.
Il delirio
Prima dell’anestesia.
Nel mezzo, solo
vette e abissi.

*

Una vita insieme e tu,
non mi riconosci più.
“Signora cara,
come stanno i bambini?”
La bambina ero io,
Mi tenevi per mano,
I mostri non esistono.
Ho meno paura
Finché sei qui con me.
La bambina sei tu,
I mostri esistono,
Ti tolgono la memoria,
La parola
E il sonno.
E io, inerme,
Lascio che portino via
L’ultimo pezzo di te.


***

Gabriella Marchiori

Erosione

Nell’ingorgo del tempo
gocce d’acqua
sulla selce
le parole.
Ancestrale
la voracità dell’arsura.
Il bavaglio
ha lasciato la morsa.


***

Xhulia Gjelaj


Il disperato verso dell’uccello
porta il tuo canto
oltre il riflesso
della ragazza che studia l’assurdo.
La gamba accavallata
stringe la vena esausta;
il corpo, caduto,
trattiene sangue e silenzio.
Le ore del nulla
dispiegano i semi dei soffioni
in un buio che li sospinge lontano.
Ho provato a nascondermi,
ma l’urlo usciva muto
da bocche che non erano le mie.

Immagini di Gabriella Marchiori, Mandala.

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