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“Abitare poeticamente il mondo” – Dal seminario di scrittura e meditazione, “Poesia, lingua madre”

Alcuni testi attorno l'”abitare poeticamente il mondo” dal Seminario online di scrittura e meditazione Poesia, lingua madre, condotto da me e Giuseppe Conoci nel gennaio – marzo 2025.

                                                          Cinque poesie di Valentina Ricca

Hanno mari di pietre nelle tasche
i bambini rimasti indietro,
accucciati disegnavano i sogni.

Adulti tornano
a interrogare i sassi,
cullare la ferita.

Rivogliono il tempo della meraviglia.

Li vedi ad aspettare:
le schiene curve, i sogni screpolati,
indagano lontananze.




Tornare a girarmi i pollici
sulla poltrona di velluto
nella casa con l’orto,
il mare di fianco
giocare con le antenne
delle lumache.

E tornare ad annoiarmi
come gli adulti, nel tempo
a fessura del dopo pranzo.




Con le mani in mano
spolvero luoghi disabitati,
segugio che cerca tracce
svanite negli oggetti:

un maglione da piegare,
l’acqua dei fiori nel vaso.
E questa rosa spalancata
al suo destino.

C’è solo un presente imperfetto
dentro cui guardare,
l’amore che si fa con la vita.




Le rette vie le percorriamo a balzi
avvolti di incenso e braci di montagna,
i passi affamati di terreni scomodi.

Nel tempio si elevano verdi
i canti,
ci entriamo spogliati:

eccola qua la vita
che ci vuole sazi dentro
al corpo di rami e foglie.

Dei primi fiori toccati dal vento.

*

Una poesia di Valentina Cruciani

È quello che mi fai
da china m’innalzi
e viva brucio
sì ma di oro mistura

e spazio esatto occupo,
nel vuoto mai ambiguo
che tu, poesia, apri.

Ed è tonfo di miracolo.
Non sapere più
se il tuo corpo in estasi
sul pavimento o sul soffitto poggia.



                                                       Quattro poesie di Sandra Querci 


sotto le foglie di quercia un ramo spezzato
sapeva di muschio, di buono
– un aiuto nella salita

imbruniva
anche il mio cane odorava
il ciglio della strada, l’erba
anche il suo sguardo un aiuto nella salita

al ritorno la mezza luna e la sua stella
in segno di benevolenza




era un canto di suoni lunghi, intermittenti, come linee in alfabeto morse: un soccorso –
guardare la sua casa, nel tronco dell’acacia – rotonda, ombrosa
e sulla soglia si affaccia, si spiuma, canta: picchia col becco perché sia ampia l’apertura

forse la gratitudine ha portato l’altro canto più vicino
leggero, d’armonia, quasi un discorso
quasi gli ho risposto cercando di trovare un suono tra le labbra
– un dialogo

intanto il picchio bussava ancora, piano sembrava dire: io, con te, ci sono; oppure: io, te, siamo
– ma già scriverlo è spostarsi – o tornare




farsi seme è sottrarsi – sotterrarsi – per dare alla luce – letteralmente – un germoglio, un fiore – dare luce e bellezza. dare (sollecitare) attenzione – in attesa di – anche il seme è un tramite




la carezza lunga della signora anziana sul volto dell’amica incontrata per caso dopo tanto tempo

il gesto compiuto con la cura dello sguardo che lo segue diventa infinito – accompagna sulla soglia della gioia

la soglia della gioia (“non ho bisogno di altro”)


*

Due poesie di Lucia Avanzini


A volte si vorrebbe
essere nate alberi
si bestemmia la vita
maledendo il dolore
e rigettando la carne
che siamo.




Solo un po' di coraggio, ora.

Fitte, le gabbie del fare per
mi serrano intorno,
delimitano il campo di gioco
asfittico
cicaleccio di doveri
senza me,
prigioniera del non senso.

Eppure in quella notte,
in ogni mia notte,

misconosciuta
e fragilissima

la luce irrompe
tra le onde di dolore
e l'incredulità di ogni madre.

*

Una poesia di Daniela Pescatori

Paesaggio

Il mio corpo segue il tuo ritmo,
ormai siamo amici.
Un fischio sveglia la campagna,
deserto paesaggio invernale.
L’alba che attraversiamo insieme
ogni giorno mi stupisce:
i colori non sono mai gli stessi,
la loro origine sì.




Foto di Veronica Ujcich

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