poesie di Giovanni Lovisetto

Estratti dalla raccolta Scavi urbani di prossima uscita per Transeuropa, e dalla silloge inedita Le vene del marmo

da Scavi urbani 

ho ripudiato la via dove sono nato,
famiglia amici animali domestici,
ho rinnegato i petali
di chi mi portava la rosa,
strappando la prima pagina
di ogni libro con incisa una dedica.
Ho negato il nome e il cognome,
stracciato il diploma,
gettato i titoli nel camino.
Ho annacquato il sangue
fino a renderlo acqua piovana, 
invertito sesso con sesso,
scambiato palpebre e unghie,
immerso la pupilla nel sale 
dei ricordi.                          
Ho sradicato da me stesso
me, fino alle ossa…
 
cercavo la voce che dice
            io, 
                        io soltanto
 
oltre l’eco dei padri e delle madri
l’eco di tutti i figli
nella stanza vuota.
 
 
 
 
Frequento treni come pensatoi
 
paesaggi sfumano tra bisbigliati
sonni e alito che sa di fumo,
storie d’amore e noia
libri labbra cellulari ipotesi
di vite sotto le giacche;
riflessa sul finestrino
mando a memoria la storia tra me e te.
 
Sul treno nulla da perdere, nulla       
da lavorare. È solo una parentesi
che si apre,
l’inizio e la fine di ogni galleria
 
 
 
 
A San Lorenzo e ogni
volta che come te
nella stellare volta cercavo coincidenze
a quante artificiali intermittenze
scambiandole per comete
ho affidato i miei sogni?
 
 
 

Ode del punto e virgola (in forma di epilogo)
 
Avrei bisogno di un punto fermo,
andare a capo, prendere
fiato, ricominciare
(se con la lettera maiuscola non so)
ma tu aggiungi ancora un’altra virgola,
un dettaglio; come quando lasciasti da me
(per distrazione oppure per disgrazia)
lo spazzolino col cappuccio blu, un ombrello rotto,
il libro senza copertina
 
 –i puntini di sospensione
sono cosa d’altri tempi
e tu non sai deciderti–
 
scorro di nuovo le nostre lunghe liste,
i miei pro e i tuoi contro,
i massimi sistemi le minime attenzioni, 
il tempo la distanza,
lui lei l’estate,
verrà l’inverno e non potremo scaldarci,
sarà maggio e ci riabbracceremo,
passeranno i mesi  
i maglioni bucati le infradito,
i nuovi nomi da imparare,
gli odori che dimenticherai
 
(sommerso dalle nostre scuse
l’Oceano Atlantico diventava l’ultimo dei problemi)
 
E forse c’è tempo, hai ragione tu,
andrà come andrà come deve andare,
fino a capire 
che un mondo intero sta
nell’equilibrio fragile del punto
sopra la virgola,
che l’alba vista da qui 
ha lo stesso colore del tramonto,
mentre ogni parola
a modo suo
precipita 
al fondo della pagina.
 
 
 

da Le vene del marmo
 
 Disiecta membra 
 
[…]

dal buio sei uscito come tubero
con movimento pelvico
tellurico          la goccia
scoscesa sulla coscia
piange passate simmetrie.
 
*
 
[…]
 
come erma immobile fissavo l’altra via:
chi passa incida su di me 
un verso di sentiero, apotropaico.
 
*
 
[…]
 
madre è la cava
– ogni filone un figlio –
muore per sottrazione, eternandosi.
 
*
 
un corpo morto lo dicono di marmo,
ma quello che rimane in pasto ai vivi
è scarto di lavorazione.
 
*
 
se del mondo rimane qualche ciocca
impressa nella roccia e non c’è
altra vita oltre le statue
 
tu a immagine di chi fosti creato?




Ogni vena del marmo mi dicesti
porta qualcosa in salvo:
ci mettono millenni a farsi cicatrici
 
(eppure noi qui stasera
si è in due sull’argine
feriamo e siamo feriti
non aspettiamo altro)
 
forse è possibile accelerare il processo,
marmorizzare
 
(rincasando
dai lembi ancora aperti
ti sento scorrere)



Foto di Isaia Crosson

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