Sette testi dalla silloge inedita Preoccupati che le gazze tornino a casa, margine del laboratorio Poesia, lingua madre, condotto da me e Giuseppe Conoci per AnimaMundi Edizioni.
È questo il luogo liminale
dove la goccia mi sporca le labbra
dove la cometa
sposta la fine verso la luce.
Batto le dita
dove la carne si fa
più dura
avevamo le caviglie gonfie
i capelli bagnati
l’edera ci cresceva addosso
tra cancelli aperti
e solchi nella pelle
siamo rimaste
nelle stesse stanze
negli stessi talloni
rotti dal cammino.
Mi sono scelta
un battistero di fango
in cui affondare in tulle rosa
una serie di boccoli stretti in nodi
e tagliati alla radice.
Mi aggrappavo ai tuoi capelli
come filamenti di nuvole
benedetti e neri
annegavo nel tuo cuscino
le domeniche di dicembre
già cercavo i fantasmi
sotto i letti negli armadi
nelle fratture tra tende e finestre
in una stanza affilata di rovi
che ancora si fa casa.
Ti chiamo madre di tutti i mari
dall'ardesia che scava le ossa
all'occhio della civetta piantato
nei muri delle cave di buio
sei venuta, vieni, verrai ancora
nelle gocce di pioggia
nere e tese come la visione
di agosto e il suo autunno
quando sempre arrivano tutte le cose
quando sempre infuria un vento di pietra.
Scaglie di serpente
al sole incandescenti
davanti alla quercia
luci immobili
indecisione mattutina
il levare della voce
tra passati e futuri
verremo lo stesso
senza paura di dividerci dal ramo.
Mi stringe la terra che casca
in euforbia e ginestra spinosa
dalla collina fino al mare
la vertigine mi richiama
nell'onda
agli angoli di gennaio
gemme di magnolia
mi danno il buongiorno
la palude porta dentro un fiorire
luce blu che ha passo lento
ma cresce e guarisce.
Se ti spogli ora
preoccupati che le gazze
tornino a casa
che il mare ti esploda in bocca.
Avrai schiuma tra i denti
gli occhi ancorati alle stelle
sarà importante assaporare il sangue
digerire il legno
di ogni arco rosso
la carne ti brucerà
quest'inverno.
Ricoprimi di petali di verbasco
nomina tutte le luci
che mi crescono addosso
l’eco della fiamma che sobbalza
mi farò altissima
come gli steli che incendiammo
nell’esilio.
Foto di Rosapia Araneo