copertina Pannikar-Guzzi

Raimon Pannikar, “La speranza è dell’invisibile”

Un estratto da un dialogo tra Marco Guzzi e Raimon Panikkar, uscito di recente presso AnimaMundi edizioni

MG • Simone Weil, che soffriva nella carne le deficienze, le difficoltà dell’occidente anche con anticipo rispetto alle loro manifestazioni più eclatanti, parlava della necessità di una santità geniale, cioè di una capacità di coniugare la via spirituale a una grande presenza anche poetica nel mondo, trasformativa, per rispondere alle urgenze del nostro tempo. Ma come apprenderla? Come aprirsi a queste facoltà che lei all’inizio diceva anche perdute, del terzo occhio, o dell’ascolto. Come iniziare? Come suggerire i primissimi passi?

RP • Io lo capisco, la mia risposta anche troppo indiana è dire rinunciando al come, ma con questo non rispondo a niente. Forse buttandosi via, forse cominciando a nuotare senza saper nuotare. Quella famosa frase di Rilke tante volte citata: “quando il pericolo è massimo allora sorgono anche dal mio profondo le possibilità della salvezza”. E questo è forse la speranza nella situazione disperata in cui noi ogni volta di più ci troviamo. Non ci sono tecniche, non ci sono nemmeno, credo, consigli. E non ci sono consigli non tanto perché mancano maestri spirituali come è vero e come si dice. Ma anche perché se questi maestri spirituali fossero là, primo non avrebbero linguaggio “ve lo dico tante volte ma non lo capite, sta detto ma non penetra”. Quindi il linguaggio è stato deformato, perduto. Abbiamo termini, segni, non più simboli. Il nominalismo ha tolto ogni vitalità alla parola, non è più creativa. Perciò lei menzionava i poeti, credo che sia indispensabile. Ma lei veda anche l’educazione, in tutto l’occidente, e anche in tutto il mondo occidentalizzato, che non è una categoria geografica, che cosa si insegna? Cantare, giocare, ballare, dipingere, queste sono specializzazioni, divertimenti, ma non il senso profondo dell’essere umano, e questa è un’aberrazione.

MG • Ecco noi siamo qui a Tavertet, in questo luogo del grande silenzio direi. Lei è venuto qui ultimamente andando via dalla California. Esiste una dimensione della speranza personale? Lei per sé che cosa spera?

RP • Se dico niente è vero ma capisco che non sia intellegibile, che non si capisca. Forse si capirà meglio se dico che per me la speranza non è del futuro. Questa a mio parere è la grande fallacia, la grande trappola. La speranza non è del futuro ma è dell’invisibile. Di quest’altra dimensione che è già qui, che è tra di noi, che è là. Se io non la vedo allora mi dispero, se io la vedo allora ho speranza. Quindi io non spero nel futuro, il futuro non viene più tardi. Quindi io penso di non vivere in questa superficialità della crosta di un tempo lineare che scivola e che non arriva mai. Quindi cosa spero? Niente, perché la speranza è di vedere l’invisibile, come diceva in un certo passaggio anche San Paolo. Questo non è una fuga mundi, non è un’evasione. Questo è un grande pericolo, evidentemente. Questo non vuol dire che io non mi preoccupo di niente, anzi, questo vuol dire che io perdo la paura per utilizzare tutto quello di cui ho bisogno e sporcarmi le mani perchè non importa, per fare quello che penso che in ogni momento si debba fare. […]

MG • Ma perché allora lei è venuto qui, in questo luogo così decentrato, dicevamo prima. Lei era nel luogo più centrale del mondo, in una grande università, perché è venuto qui, in questa regione della Spagna, in questo paesino desertico e splendido?

RP • Beh, il perché non lo so. Mi sono trovato qui e nella mia vita io non faccio mai nessuna scelta. Questo fa arrabbiare molto i miei amici perché pensano che io non creda nella libertà. Ma questo è un altro concetto di libertà ed è un’altra forma di vita. E quindi una decisione implica sempre una scissione, un taglio. Quindi io non sono sfuggito, andato via da, ma mi sono trovato qui per molte circostanze che ora sarebbe lungo da spiegare. Perché credo che il centro del mondo sia il cuore di ciascuno. Perché gioco il gioco del mondo moderno ma non seguo le regole. […]

MG • Raimondo Panikkar parla nei suoi libri di una fine della storia come mito. Staremmo vivendo cioè un’epoca in cui la stessa esperienza del tempo muterebbe. Ci staremmo avvicinando a una nuova forma di coscienza, di consapevolezza. Quali sono secondo lei i fenomeni che lasciano già intravedere questa spaventosa rivoluzione dell’essere dell’uomo?

RP • Spaventosa da una parte certamente, ma anche piena di speranza dall’altra. È una nuova nascita ed è anche una risurrezione, benché non si possa fare a meno di pensare alle vittime, a quelli che soffriranno, e soprattutto se questo processo è accelerato dalla pazzia umana. […] Abbiamo perso la comunione con il cosmo. Abbiamo vissuto soltanto la storia. Noi da soli, la specie umana, in un senso di tempo lineare e tutto questo oggi per ragioni non soltanto sociologiche ma anche ecologiche e più profonde, cosmiche, crolla. L’esperienza umana, questa sarebbe la mia tesi, che è cominciata seimila anni fa, che noi chiamiamo la storia, perché prima di quella c’era la preistoria, questa esperienza a mio parere tocca la sua fine. E questa non è soltanto oggettivabile, non fa soltanto catastrofe atomica, catastrofi ecologiche, e tutto questo è vero e non va banalizzato. Ma anche di più. L’uomo sta esaurendo le sue potenzialità di vivere su questo binario. […]

Dunque, dobbiamo vivere con una speranza piena ma allo stesso tempo senza le illusioni di un mondo migliore, di un futuro più rosa, di una situazione diversa. Siamo imbarcati nell’avventura stessa di tutta la realtà. Oggi prima che lei arrivasse ho finito di revisionare l’edizione spagnola di un libro in inglese, un piccolissimo libro sulla trinità. Dove io dico precisamente che la trinità non è né la trinità immanente, né la trinità economica di questi dottori di cui lei parlava, ma la trinità radicale che si chiama la visione cosmoteandrica, che vuol dire che la trinità non è la caratteristica di un essere divino a sé e separato, ma è la caratteristica centrale di tutta la realtà dove il divino è una dimensione costitutiva di infinito e di libertà insieme all’umano e a quello cosmico. E dunque quello di cui noi stiamo parlando adesso non è il destino dell’uomo, non è il fallimento del cristianesimo, è l’avventura stessa di tutta la realtà, con il divino compreso.

Questa è la vita umana.

Questo è quello che fa la vita, che valga la pena di essere vissuta in tutta l’intensità di consacrarsi a qualcosa per la quale la vita umana è un po’ di più di un vegetale, di un andare qui e là farfallando da una parte all’altra.

E allora, la prima domanda, se California o Santa Barbara, o Tavertet dove non c’è nessuno, cade per suo peso. Ciascuno di noi sta collaborando a quest’avventura, non soltanto del divino, non soltanto dell’umano, non soltanto di ciò che è cosmico, ma di tutta la realtà.

Raimon Panikkar, Marco Guzzi, La speranza è dell’invisibile, AnimaMundi Edizioni, 2021.

Foto di Samuele Bellini

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