immagine copertina le porte del deserto

Anticipazione del reportage “Marocco – l’acquario di pietra” di sparajurij

Mentre percorriamo il reticolo di strade che si dispiega oltre le mura di Marrakech, ci affianca un pulmino. Sulla carrozzeria color sabbia una striscia bianca e orizzontale fa risaltare la scritta in arabo: “trasporto scolare”. All’interno piccoli studenti si agitano come farfalle in un vaso, si accalcano dal nostro lato attirando l’attenzione: salutano, sorridono, fanno boccacce. Hanno pupille nere perfette, chissà se hanno altalene. Giochiamo a specchio con loro senza abbassare i finestrini, li conquistiamo con l’imitazione dell’elefante e del pesce. Poi lentamente l’autobus, lambito dal sole, ci sorpassa e si perde nel traffico, controluce. Un po’ ci sorprende averlo avuto così, sulla punta degli occhi, ancora integro, non attentato.

Fuori dai centri urbani invece, nel nord e nel sud del Paese, nei villaggi di sabbia sorti accanto alla valle del Dra, altri bambini vanno a scuola a stormi, radenti l’asfalto, in sella a biciclette che sfrecciano all’alba, non appena la prima luce filtra attraverso i palmeti da datteri che si estendono per chilometri. I bambini devono raggiungere l’edificio colorato in cima a una collina, alle porte di Zagora. Occupano entrambi i sensi di marcia sbucando fuori dai terrapieni ai lati della strada. Passiamo in mezzo a loro come si passa attraverso uno sciame. Si aprono a semicerchio, alcuni spinti nello sterrato, per richiudersi rapidamente al nostro passaggio. Proseguiamo così, uno sciame alla volta, fino al punto in cui incrociamo il bivio che porta alla scuola. Sul ciglio della strada quelli che hanno raggiunto l’edificio a piedi aspettano di attraversare. I più piccoli hanno quattro, al massimo cinque anni, e si accompagnano per mano ai loro fratelli più grandi, che nel microcosmo stradale dell’infanzia – l’altezza proporzionata ai ruoli – hanno sostituito gli adulti. Appena ci individuano provano a lanciarsi nella nostra direzione costringendo l’autista a brusche frenate accompagnate da minacce. I più impavidi si fanno sotto comunque. Crayons, Crayons, implorano. Matite.

In ogni area del Paese che visitiamo ci vengono incontro bambini con lo zaino in spalla. In Marocco l’alfabetizzazione non raggiunge grandi numeri. Un abitante su tre non pratica la scrittura e le cifre precipitano se si valuta la differenza di genere o se si prende in esame l’area rurale, dove quasi metà della popolazione è analfabeta. Associazioni e programmi ministeriali puntano ad aumentare il numero dei frequentanti, ma a ogni nuovo ingresso si rischia un abbandono e la lingua resta appesa alle rocce del passato, sulla soglia del deserto. Dove le parole non lasciano impronte, non hanno presa fossile sul paesaggio.

Il paesaggio nei dintorni di Zagora, tolti di mezzo i bambini, scorre immobile. Pastori e agricoltori nel ribollire delle pietre cotte. Non chiede nulla in cambio, men che meno offre miraggi d’acqua, malgrado gli sforzi di proiettare lo sguardo oltre l’orizzonte. Sfidare la luce per scorgere un tremolio abbagliante simile a un ondeggiare di lamiere, un punto in cui il deserto torna all’era industriale. Guardiamo fuori dal finestrino a intermittenza, a volte assorti, a volte assopiti. I villaggi sono presidiati da occhi di donne sedute sull’uscio di casa, da anziani che trottano sopra asini stanchi, da uomini che ciondolano strafatti di sole e da altri che sbrigano faccende in sella a motorini.

Tra un villaggio e l’altro, in mezzo a spazi smisurati, dove la fantasia è incapace di produrre qualcosa in più di una linea retta, porte di calcio sono fissate in tutte le direzioni. Quattro pali di legno e due traverse ancorate in modo da evocare campi regolamentari, terreni di gioco privi di linee laterali. Campi solcati dalle tracce dell’ultima sfida: scie luminose su terra bruna; l’eco della polvere sollevata durante uno scatto nel tentativo di superare l’avversario; urla smorzate per una conclusione sbagliata; orme disordinate dopo un rinvio disperato.   

Campi di calcio astratti, indifferenti al vuoto, agli strati di ciottoli e ghiaia alzati dal vento. Indifferenti all’avanzare del Sahara. Alla crescita della circolazione convettiva equatoriale.

Ovunque le costruzioni mostrano l’aspetto di roccaforti inespugnabili: le kasbah, gli ksar, le moschee, la scuola coranica, i campi coltivati. Persino le case basse costruite attorno a pareti cieche rivelano la loro fame di solidità e le tracce di chi le ha tirate su col fango nella fatica di perimetrare un’area di resistenza. Edificare un baluardo in difesa della memoria o a protezione del vento. Fanno eccezione i campi di calcio dispersi lungo le aree pre-sahariane. Lo spazio di gioco è illimitato, territorializzato per finta, col pensiero. Un’assenza che butta fuori un’altra assenza a calci. Siamo alle porte del deserto, i bambini metafisici non soffrono il vuoto. Lo abitano rincorrendo uno zero solido, che rotola a caso.

Foto di Stefano Baglioni

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