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Marco Ferri, “Come è passato il tempo”

Alcuni testi di Marco Ferri da Come è passato il tempo. Poesie 1980-2020 (Marcos y Marcos 2022)

da Esercizi per cosmonauti (2013) 

Le nuvole

uno accende la lampada
del comodino e la luce
si sgrana sui colori
della coperta e delle tende,
supera lo spartiacque
il profumo della pelle

ma il risveglio quello vero
capita da svegli, per caso

a volte soffiando il naso
c’è il sangue o due parole si avvicinano




entrati con un discreto sole
all’uscita c’era un cielo bellissimo,
nuvole arrivate da chissà dove
stracci freddi che quasi si potevano toccare

improvvisamente immersi nella pioggia
che scivola giù per la schiena

nell’auto penso ai miei cari sopra il temporale,
nelle raffiche e negli schianti
mi gioco le ultime carte
di mitologia famigliare,
un ramo d’oro
da pochi centesimi




uno si prende tutto il tempo
che vuole
con la pazienza necessaria e anche di più

quando apre la porta
nella pioggia notturna mette i vasi
di gerani sugli scalini, con tenerezza infinita
e risentita, un modo di pregare
dio di farla finita




che piacere guardare
senza pensare
l’insignificante modellarsi delle nuvole
prima del tramonto
quando ogni cosa perde forma e senso

soprattutto prima del tramonto
con gli occhi chiusi per il piacere di essere ancora qui
nonostante tutti gli orrori
nella piccola orbita
umana, accanto al vuoto




nell'epoca delle fregature
e dei sintomi
il tessuto si strappa
con un oops e si continua a fingere

impietosamente non è mai nuda
la verità e neanche
ha un abito decente




da qui si vede il cielo
dove uno immagina un bel niente

i profili delle nuvole
si tingono di verde umido
e il vento le accumula

non c’è più luce
né caldo, i bordi in basso
diventano nerofumo e macchie
multiformi e lana vecchia strinata

ma uno immagina un bel niente,
tenere nudità al tramonto
e la cupa musica universale
che si avvicina
è cominciato il tempo della contemplazione
il tempo
breve di osservare la fine delle cose che muoiono

religioni tribali, riti feudali
e pensieri magici, retoriche antidiluviane
qua e là tirate a lucido
come ossa di tirannosauri e
piedi caprini sul red carpet




una nuvola grigio ferro
nel rosa pulito
appoggiata come una punta di pietra
sul profilo nerissimo
delle colline

nella sottrazione del tempo
anche per queste
meraviglie c’è ancora
voglia, senza speranze,
di difendersi




da L’ipomea Quamoclit, altri viaggiatori e l’infermiera

Pietà per la primavera che torna
nell'emisfero boreale. L'allegria
delle piogge e dei fiori, dei venti
che fanno volare ombrelli e cappelli
nei vecchi sussidiari, e i cieli colorati
di celeste negli album delle elementari,
e gli abiti leggeri indossati troppo presto,
e la luce e il buio che dividono equamente
la giornata, queste cose fanno respirare
ricordare inquietare meravigliare.
Un po' di pietà per questa primavera.
E per la Terra che ha faticato a portare
il peso delle acque e dei continenti
rotolando verso il perielio. Ha doppiato
adesso l'equinozio con dentro tutto il caos
della specie più esuberante che pare
per il momento un po' avvilita.
Ha scoperto che ogni ospite
di questo luminoso pianeta
è un barbaro parassita.




Dopo la pioggia e la fredda
bufera improvvisa, e scuotimenti
e sbandate rumorose e un frullare
di chiome e fiori recisi dagli alberi in fiore,
nell’aria serale che asciuga gli abiti
e le macchie sui muri, crescono
le piantine di ipomea quamoclit.
La terra è nera d’acqua piovana.
Le foglie disegnano con le punte
su quel nero un delicato sogno verde.
Anche in questo angolo della casa,
dentro un vaso sbeccato, si fa la storia
e la preistoria, dal buio della terra
alla luce dell’aria. Ma sono fragili
fiori umorali, durano poco le loro
illusioni e necessità.



Foto di Veronica Ujcich

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