Alcuni testi dalla silloge inedita di Linda Armelius, Cadono le montagne, vincitrice del premio Laboratorio della visione 2024.
Scivolo lo sguardo lungo l’orizzonte tra il cielo e
il male fatto e ricevuto l’ho riposto dentro il petto
in un panno morbido conserva meglio
la sua fragranza - resta caldo mio male.
Se ho fatto del male vi chiedo perdono
ero troppo intenta a guardare il mare andare
incontro all’orizzonte, sospinto dal torrente
ancora verde di colline.
Era già qui quel che non c’è mai stato
e forse anch’io un giorno lo perdonerò
per essermi cresciuto dentro - essermi stato nutrimento.
Scritta ad esponente del tuo numero
incremento il valore del tuo io in potenza
ma mi conservo tra parentesi, invisibile,
foglie ancora in serbo di una chioma
non esplosa, mi preservo dalla tua espressione
attonita di fronte alle moltiplicazioni di me.
II
Osservo le cose perdendo i confini dei loro nomi.
Ed esse mi appaiono.
siamo ciò che non si nomina
la forma che ci sta attorno.
E se la verità è nel vuoto che riempie la stanza
noi siamo la bugia dell’Universo.
Immersi nello stesso niente che tutti fa
ci attacchiamo al buco nero della carne e della sete
per sottrazione, in cerca di una differenza.
libero la quercia del suo nome
è un albero
la spoglio anche dell’albero
è viva
nominiamo le cose perché a pronunciarle
ci accadano davanti agli occhi
cadono le montagne
– dentro le montagne –
perché al buio della grotta è più facile vedere
come un cielo che solo la notte
riempie di stelle
Lo spazio
fra quest’epidermide
che mi fa al mondo
e l’osso
che mi sopravvive
- sono io.
Sono io organi miei
che muovo
e fra voi riposo
e soffermo
per dimenticare di essere più di carne sola.
Sono io
la grigia ambra
incastonata
che non scardina da voi
se non la morte.
Allora senza peso
girerò
più antica
fra tanti
nell’eterna rotazione
che a tutto imprime
l’Universo
che non esiste un altro posto dove andare
spiriti e materie
corpi minori e stelle
resti del sole e ghiacci,
foglie nel vento.

Muove il suolo
apre fessura tra i tempi
torna alla luce un odore
originario di ossa
sgretolano i sentieri
battuti da animali soli
vanno nel silenzio che è
- senza le cose -
vivi, senza parola
trema la montagna
solo suona l’ingoio
del cielo di polvere scura
frana il respiro delle pietre
e la terra alita
la forma del mondo
in subsidenza mi declino
fra le pieghe della tua memoria.
Materia viva.
La roccia è un liquido
dal lento scorrere
che solo Dio ne percepisce
la brezza delle onde
così piccoli, siamo grilli,
che il muovere del mondo
non ci appare.
Un centimetro alla volta è la misura
delle cose del mondo.
Batte il respiro dei sassi, un tempo
di conta dei morti
radici di stelle sotto la terra del cielo
cercano fino a toccarmi i sogni.
Le navi nella notte erano stelle.
E le stelle navi - da non capire
dove fosse notte e dove mare.
E non era cosa da chiedersi perché.
Era solo che il nero era lo stesso.
Che di quel punto io forse ero nel centro.
Di cosa o nulla non importa.
Siamo un Dio sparso dentro alle cose
esercito di stelle alla deriva
nel vento delle parole
formiche si contendono un semino
granelli di sabbia
siamo granelli di sabbia diceva
la maestra e io ne mettevo sul dito
prendendo le misure all’universo
non siamo niente e tutto, centro
di infiniti centri, ragnatele di radici
da mente a mente, scorre sangue
nel corpo delle cose, nelle rocce, nel fusto
delle piante e nei minuti che fanno il tempo
nel tempo in cui tutto si dispiega prima,
ora e per sempre gli anni, la terra e la materia
viva, su un solo arco che tende ed è solo adesso,
come la stella che brilla ancora a dirci
è tutto qui.
Foto di Linda Armelius