copertina La forma di un dono

Questa breve prosa inedita scritta nell’inverno 2014, uscirà all’inizio del prossimo anno negli Stati Uniti, insieme ad altre prose scelte, tra memorie autobiografiche, scritti di poetica e sul paesaggio, con traduzione inglese di John Taylor e testo originale a fronte, in questo mio nuovo libro, The Butterfly Cemetery. Selected Prose (2008-2021), The Bitter Oleander Press (Fayetteville, New York). La forma di un dono / The Form of a Gift è apparsa in traduzione inglese sulla rivista “Eurolitkrant”, january 2021.

I giorni che precedono il Natale hanno sottili fili argentati sparsi nella casa, luccichii sul pavimento. Sono le tracce delle grandi scatole di cartone e delle vecchie valigie che contengono il presepio e gli addobbi dell’albero. Transitano dalla soffitta alla sala dove vengono lasciati chiusi dal nastro adesivo e da vecchi lucchetti, con il loro carico conosciuto e misterioso. Oggetti che riemergono solo in questo periodo dell’anno, aspettano avvolti nella carta di giornale, di essere liberati: sospesi come un frutto magico, un dono lasciato sui rami, o appoggiati nel morbido del muschio.

Qualcosa cresce nell’aria. Qualcosa di cui non puoi indovinare i contorni, la consistenza. In questi giorni i desideri stanno prendendo la forma che la realtà ha deciso. Puoi intuirlo da alcune domande che si fanno spazio tra le tue parole in stampatello obbediente all’alfabeto da poco imparato: stanno andando a comprare i regali che hai chiesto nella lettera. Di questi natali dell’infanzia non ricordo nessuno dei miei desideri, ricordo soltanto la lettera in cui elencavo i regali per gli altri: una collana per la mamma, una penna stilografica per il babbo; per mio fratello qualcosa di semplice come un gioco.

Un anno, in uno dei giorni prima di Natale, aprendo per caso la porta a soffietto del ripostiglio nel sottoscala, apparvero quattro pacchetti chiusi in una carta splendente blu, rossa, dorata, argento. Così belli nei riflessi che mandavano dal buio, che richiusi quasi subito la porta. Nei giorni seguenti non tornai ad aprirla e se capitava di dovermi avvicinare a quel luogo, lo facevo senza mostrare alcun segno di quella sottile lotta che si esercitava tra il richiamo a entrare e scartare i pacchi, e l’attesa e il rispetto silenzioso che imponevano. Il patto si era stretto appena erano apparsi: quello che una fata ti ha concesso di vedere può svanire come un arcobaleno nel sole. Bisogna avere passi di farfalla, posarsi leggerissimi, chiudere a lungo gli occhi nel buio da cui è nata la magia. Dentro di me l’immagine dei pacchi nascosti si dilatava e cresceva, maturando il tempo della sua rivelazione. Quel tempo non venne. La notte di Natale i pacchi erano altri, nessuno assomigliava a quelli che avevo intravisto nella penombra del sottoscala. La fata li aveva ripresi con sé, ritratti nel buio, ferita dal mio sguardo come un animale a cui è stata scoperta la tana nel folto.

I regali si aprivano a mezzanotte sotto l’albero, lentamente, per non strappare la carta e il nastro, o spezzando ogni involucro e indugio. Quello che avevo desiderato per gli altri era stato esaudito: mia madre si provava la collana, mio padre aveva trovato la penna, mio fratello stava scoprendo il suo gioco. Il mio regalo era davanti ai miei occhi, ma non saprei dire che cosa fosse. Non era per me. Il regalo per me era dentro uno di quei pacchi che devono rimanere chiusi. Scartarli è una rovina. Non importa che cosa contengono; potrebbero anche essere vuoti. Il mio è stato consegnato così. Dalla distanza della sala sapevo che era ricomparso con i suoi riflessi argentati nel buio del sottoscala. La fata era tornata a fidarsi di me.

*

Mia madre bambina giocava in un giardino di fianco alla strada. Una grande aiuola d’erba e alberi, poco lontano da casa. Portava con sé gli oggetti più cari –una fata le aveva detto di sotterrarli. Qualche centimetro sotto il terriccio scavato a mani nude o con una paletta da spiaggia. Avvolti in un fazzoletto di cotone con le sue iniziali ricamate, gli oggetti scendevano nel buio, venivano dimenticati. Passava un tempo lungo come una notte o un inverno. Poi la fata tornava con un cinguettio di uccellino all’orecchio. La chiamava, la guidava verso l’aiuola. Le indicava il punto in cui avrebbe trovato un tesoro per lei.

*

Quel Natale mia cugina aveva deciso di non ricevere più soltanto doni, come una bambina piccola, ma di farne lei stessa uno ai suoi genitori. Voleva provare l’emozione di chi avvolge qualcosa in una carta splendente, la stringe con un nastro, fa un fiocco come su una scarpa, e poi aspetta di vedere l’espressione di chi la riceve, la soppesa tra le mani, la apre lentamente. Per la madre comprò dei cioccolatini con gli spiccioli trovati nel posacenere, quelli che si lasciano per alleggerirsi le tasche. Per il padre dovette compiere una magia. Un giorno in cui lui era nell’orto e la madre di sotto in cucina, aprì la grande cassettiera di legno della camera da letto. Rimase alcuni minuti, quelli necessari a realizzare il suo dono. La notte di Natale il padre trovò avvolti in carta stellata un paio di vecchi calzetti.

Foto di Francesco Ventura

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