Progetti

Tra i nostri contorni di umani

Voce e movimento di Ilaria Solari. Testi di Franca Mancinelli.

Un ritorno alle origini arcaiche della poesia, quando la parola era gesto, corpo che cerca nel ritmo la propria voce, per ristabilire un accordo con la realtà, attraverso una ricongiunzione con la natura. Voce e movimenti si fanno rito per entrare nella parte più buia e sconosciuta di noi stessi, volgere dolore e pulsioni distruttive in luce e forza. I versi di Franca Mancinelli che Ilaria Solari fa vivere fuori dalla pagina, sono materia con un elevato potenziale di generazione, “pasta madre” che si dona, che aspetta le mani dell’altro per compiersi, per lievitare un senso. Metamorfosi e passaggi di stato tra uomo, animale ed elementi della natura avvengono cercando una forma di esistenza che ci appartenga pienamente, una direzione di salvezza «tra i nostri contorni di umani». Una lingua nuda, essenziale, che Ilaria Solari accoglie nei suoi movimenti, come restituendo il corpo e i gesti da cui la voce è nata. Siamo così ricondotti in uno spazio arcaico dove amore, maternità, abbandono, lutto, si rimescolano e plasmano nella materia delle parole.
Un ritorno alle origini arcaiche della poesia, quando la parola era gesto, corpo che cerca nel ritmo la propria voce, per ristabilire un accordo con la realtà, attraverso una ricongiunzione con la natura. Voce e movimenti si fanno rito per entrare nella parte più buia e sconosciuta di noi stessi, volgere dolore e pulsioni distruttive in luce e forza. I versi di Franca Mancinelli che Ilaria Solari fa vivere fuori dalla pagina, sono materia con un elevato potenziale di generazione, “pasta
madre” che si dona, che aspetta le mani dell’altro per compiersi, per lievitare un senso. Metamorfosi e passaggi di stato tra uomo, animale ed elementi della natura avvengono cercando una forma di esistenza che ci appartenga pienamente, una direzione di salvezza «tra i nostri contorni di umani». Una lingua nuda, essenziale, che Ilaria Solari accoglie nei suoi movimenti, come restituendo il corpo e i gesti da cui la voce è nata. Siamo così ricondotti in uno spazio arcaico dove amore, maternità, abbandono, lutto, si rimescolano e plasmano nella materia delle parole.

Le parole necessarie

Progetti - Voci e tracce da un reparto
Progetto del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e del Policlinico Sant’Orsola-Malpighi. L’esperienza di ascolto e frequentazione del reparto di Oncologia ed Ematologia pediatrica del Policlinico Sant’Orsola è confluita nella plaquette Voci e tracce da un reparto (2016).
Non si sa come, ma ci ha trovati. Il suo occhio non smette di penetrare in noi. Nella vastità dello spazio e del tempo, tra la moltitudine degli altri risparmiati. Accade che un chiodo abbia luogo. Nessuno a impugnare il martello, nessuno a cui indirizzare il grido.

Workshop internazionale di traduzione poetica

(novembre 2015, Sežana e Ljubljana) Centro per la Letteratura Slovena (Center za Slovensko Književnost) in collaborazione con Literature Across Frontiers e Associazione degli Scrittori Sloveni (Društvo slovenskih pisateljev).

Ana Pepelnik (Slovenia), Arvis Viguls (Latvia), Bao Chan Nguyen (Vietnam), Franca Mancinelli (Italy), Ming Di (China) and Narlan Matos (Brazil)

Un telefono senza fili. Resoconto da un workshop di traduzione poetica.

Sei casi, tre generi, due passati, un futuro e nessuna traccia da seguire per cercare rifugio in questa lingua che ascolto rapita come da un torrente che passa attraverso pietre appuntite. È caduta da poco la neve sui boschi e l’aria costringe a coprirsi di lana la testa, le mani. Sono a pochi passi dal confine italiano, finalmente straniera,

Un telefono senza fili. Resoconto da un workshop di traduzione poetica.

Sei casi, tre generi, due passati, un futuro e nessuna traccia da seguire per cercare rifugio in questa lingua che ascolto rapita come da un torrente che passa attraverso pietre appuntite. È caduta da poco la neve sui boschi e l’aria costringe a coprirsi di lana la testa, le mani. Sono a pochi passi dal confine italiano, finalmente straniera, felice nelle mie radici che respirano. Un rumore secco, come di fibra morta, e questo innesto vivo che entra in me quanto più estraneo. Non comprendere alcuna parola di una lingua è una grazia: essere nell’infanzia liberata di ogni limite anagrafico; finalmente benedetti, accolti sulla soglia, in uno stato di transito tra suono e senso, plasmati come argilla insieme alle sillabe, particelle di realtà che si stanno componendo. Lo sloveno per me è in questo schiudersi e tendersi appena di labbra, mentre la morsa di controllo che mi serra si allenta. Sono qui, nella culla di giunchi intrecciati sull’acqua, nel tessuto levigato e duro di una lingua madre che mi tiene in sé, come un orfano accolto.

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felice nelle mie radici che respirano. Un rumore secco, come di fibra morta, e questo innesto vivo che entra in me quanto più estraneo. Non comprendere alcuna parola di una lingua è una grazia: essere nell’infanzia liberata di ogni limite anagrafico; finalmente benedetti, accolti sulla soglia, in uno stato di transito tra suono e senso, plasmati come argilla insieme alle sillabe, particelle di realtà che si stanno componendo. Lo sloveno per me è in questo schiudersi e tendersi appena di labbra, mentre la morsa di controllo che mi serra si allenta. Sono qui, nella culla di giunchi intrecciati sull’acqua, nel tessuto levigato e duro di una lingua madre che mi tiene in sé, come un orfano accolto.


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