copertina recensione di D. Segna

Questa recensione di Domenico Segna a Tutti gli occhi che ho aperto (Marcos y Marcos 2020) è apparsa sulla rivista «Il Regno», 14/2021. La pubblichiamo su gentile concessione della rivista.

Si entra in un bosco. I clandestini, i migranti tentano di fuggire da una vita priva di speranza per avviarsi in uno spazio-tempo sempre teso sul filo di un attraversamento caratterizzato dalla costante violenza e dalla morte, mentre gli “occhi” degli alberi assistono ad un viaggio posto tra visione e veritas di una “donna-albero” che, a sua volta, svela la realtà con l’unico mezzo di conoscenza che è in grado di possedere: la poesia. Dopo il folgorante debutto di Mala Kruna (2007), voce poetica consolidatasi e approfonditasi con le altrettanto efficaci raccolte di Pasta madre (2013) e Libretto di transito (2018), la poetessa Franca Mancinelli, la “donna-albero”, con Tutti gli occhi che ho aperto ha, probabilmente, pubblicato uno fra i libri di poesia più originali dell’attuale panorama letterario italiano, certamente la sua raccolta più stilisticamente matura. Nel caso della Mancinelli la maturità si rivela nella straordinaria capacità di dare un volto alle parole che, a tratti, sembrano affiorare dal legno d’una corteccia, in altri sono lievemente dipinte con i colori dell’acquarello, in altri ancora si presentano scolpite nella forma di una potente prosa poetica scandita con la precisione di un metronomo che non dà tregua né a chi scrive, la stessa Mancinelli, né al lettore, al contempo spettatore e attore, che legge inoltrandosi in quel bosco fatto di pochi, ma fondamentali elementi quali il viaggio, l’illegalità di passare il confine, assurto a vero e proprio simbolo esistenziale, o lo spazio-tempo stravolto da un’incessante mutazione. Dell’arte poetica della Mancinelli è stato detto che le parole diventano persone reali, ne è un esempio la seguente poesia tratta dalla sezione Alberi maestri:

«era inerte l’aria, percorsa da tremori e scosse. Bisognava ritrarsi, mettere in serbo la vita, sospingerla verso zone dove si aprivano sacche di quiete. Così sono cresciuto in questa forma amputata. La strada accanto puoi vedere in me come brucia»

Arianna Serafini, Natura umana, matita su carta

Scandita in otto sezioni la raccolta dell’autrice vede in ognuna di esse, anche nelle più crude, una possibilità di crescere, un’occasione di porre un “occhio” sia esso quello della migrante che narra della violenza subita in prima persona come in Jungle, la sezione di apertura, o quello di uno degli alberi della seconda intitolata appunto Alberi maestri. Questi posseggono una doppia natura: essere delle guide in continua peregrinazione che chiedono di accedere al diritto di asilo, o alberi maestri di navi a cui aggrapparsi durante la tempesta. Incandescente filo conduttore che inanella tutte le poesie è l’incessante ricerca di un’identità aperta, trasmutante, persino anonima nella sua naturalità che è difficile a farsi, ma non per la Mancinelli. Le parole, i volti diventano familiari, instaurano una sorte di comunità che lega il regno animale con quello vegetale, il vegetale con il minerale e questo con il primo creando un vasto, infinito perimetro entro il quale al lettore viene data la possibilità di farne parte nell’esatto momento in cui i suoi sensi entrano a contatto con le foglie, con le cortecce, con i rami, con la voce degli esseri umani colti nella loro singola identità posta in continua tensione con la restante pluralità tesa, nel suo insieme, ad un più esteso spazio, ad un più dilatato istante.

Non a caso un’altra sezione della raccolta si intitola Luminescenze, una partitura musicale cadenzata in diciotto movimenti il cui inizio scaturisce dalla pagina bianca in questa fluida forma:

 

dove lo scorrere di un fiume si interrompe, dopo un salto o una cascata, l’acqua torna a farsi schiuma. La corrente così forte da trattenere tutto ciò che giunge. Una lotta inizia contro un confine mobile, invalicabile. –Oscillazioni, brevi tentennamenti. Obbedienza ad una lingua bianca e devastante. A volte è un temporale, o un masso contro cui urtare, deviare rotta. E ritrovarsi liberi.

Raccolta di poesie, quella di Franca Mancinelli, che nella “lingua bianca”, nella vertigine degli spazi bianchi e dei margini riesce a coniugare il laico desiderio di un orizzonte meno angusto, dunque più istintivamente umano, gli “occhi” degli alberi con quelli di una santa venerata da secoli dalla Chiesa Cattolica come Santa Lucia alla quale è interamente dedicata la sezione 13 dicembre. In essa lo sguardo iniziale della migrante violentata e di uno dei versi più belli dell’intera silloge quale è «tutti gli occhi che ho aperto/sono i rami che ho perso» sembrano gettarsi, con il loro carico di ferite, nel seguente coagulo: 

tutta la forza del mondo
non sposta un raggio di luce

ora sei tu il cardine

-da queste ceneri 
ti sto versando la voce.

Attenta lettrice del filosofo e teologo russo Pavel Florenskij, Franca Mancinelli ci offre tramite la potenza evocativa della propria poesia, fatta di piccole “icone” latrici di una metafisica delle immagini, una “iconostasi” in grado di porre una dogana priva di gabellieri, un confine mobile, segreto fra il mondo visibile e quello invisibile da attraversare come un’incessante, lacerante epifania di luce.

Foto di Alessandra Calò

Condividi:

Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su twitter
Condividi su reddit
Condividi su telegram
Condividi su email
Condividi su print