copertina Risposte all'inchiesta di Frolloni

Risposte all’inchiesta “Poeti nati tra gli anni ’80 e ’90” di Riccardo Frolloni

Risposte all’inchiesta sulla generazione di poeti nati tra gli anni ’80 e ’90 che Riccardo Frolloni ha condotto per la sua tesi magistrale Per una storia della poesia recente, nonostante la crisi (Università di Bologna – Italianistica e Scienze Linguistiche. Poesia italiana del ’900. Relatore: prof. Stefano Colangelo, 2019).

1. Percepisce una sostanziale differenza, una separazione tra la sua generazione e quella immediatamente precedente? Se sì: considerando anche fattori strettamente storici, sociali, economici, a cosa crede sia dovuto tale distacco? Se no: in cosa trova una continuità? Quali sono state le prerogative che secondo lei l’hanno aiutata in questo percorso?

All’inizio di una lettura critica, le generazioni possono sembrare utili. Sono gabbie comode. Ma durano il tempo in cui può sopravvivere, in cattività, un animale che proviene dall’aperto. La poesia vive in un altro tempo, che non coincide strettamente con quello anagrafico-esistenziale, né con la catena degli accadimenti. La data che compare nei nostri documenti potrebbe essere quella di morte. Come pesci a un tratto presi all’amo e tirati fuori, a boccheggiare in una bacinella.

Ci sono stati anni in cui la storia ha marchiato le vite. Ciò che si è impresso nel sangue dei miei avi continua a vivere nel mio anche se non so più dare un nome a quello che per loro è stata la fame, il lavoro duro della terra, la paura dei bombardamenti. Eppure, se penso anche a chi si è ritrovato a vivere in prima persona nel punto in cui la storia incide la carne, riconosco la forza che li ha salvati provenire da quella dimensione di cui scrive Marina Cveateva, ricordando un aneddoto di Mandel’stam sul poeta Batjuškov: «“Che ora è?” Gli chiesero quaggiù, e ai curiosi lui rispose: “Quella eterna”».

Negli ultimi anni mi è capitato più volte di essere chiamata a riflettere su questo tema delle generazioni. Riporto due frammenti che ho ritrovato anche se in questo modo la mia risposta potrebbe risultare contraddittoria, come un mosaico di tessere disparate.

I.

In un angolo del giardino vive un’anziana coppia di anatre bianche. Il cane si è ormai abituato alla loro presenza, non le attacca più. Questa estate sono riaffiorate le uova. La femmina si è messa a covare nella parte più nascosta, sotto la siepe. Si alza solo per mangiare e per bere. Il maschio non si allontana da lei, la protegge soffiando e allungando il collo minaccioso.

Il tempo per la nascita è trascorso e non si è schiuso niente. Si è sparsa lentamente una pena dal giardino a tutta la casa. Concentrica, si allarga a partire da quel nido su cui lei riversa ancora il calore e le forze. Nessuno ha avuto ancora il coraggio di affrontare il maschio, scansare lei dalla cova e liberarci da quei gusci marci. Continua questa attesa che matura una tristezza simile a un tramonto.

Questo parlare diffuso negli ultimi anni di generazioni (degli anni ’70, degli anni ’80, e recentemente degli anni ’90) mi ha fatto venire in mente questa sequenza. Non è affatto detto che ogni decennio debba avere la sua nidiata. Mi piace pensare a un’ampia generazione mancata, rimasta nei gusci. Nutrita così debolmente da non potersi formare.

Eppure nessuno potrebbe, a buon diritto, rompere le uova, smettere di sperare. I piccoli bucheranno la scorza, usciranno alla luce.

II.

Viaggio nel buio. Cammino seguendo un sentiero che scompare sotto i miei passi. Forse è la pista di un animale transitato nel folto. Forse è soltanto la fede che porta a riconoscere comunque una traccia. A un certo punto lo spazio si apre, come per una radura. Il bagliore di un fuoco si alza appena, tra ceneri e carboni. Mi avvicino, tendo le mani. In quel momento distinguo, accanto alle mie, altre mani aperte, altri visi rischiarati nella notte. Ognuno è arrivato qui attraversando lo stesso buio frusciante di richiami.

Vedo questo se penso a una generazione in poesia, se mi chiedo come si formi e che cosa significhi appartenerle.

2. Saprebbe indicarmi come si orienta nella scelta delle letture di poesia contemporanea? Si affida al giudizio di commissioni giudicatrici come può accadere nei premi, nelle scelte dei festival letterari, nelle scelte dei direttori di collana di certe case editrici, nelle riviste letterarie, ecc.? Crede sia cambiato il modo di approcciarsi alla poesia? Quanto è influente la circolazione online dei testi?

Seguo il percorso delle voci che mi sono vicine, come maestri o compagni di strada e fratelli. È come seguire il movimento della luce. Un autore che amiamo e con cui abbiamo più volte intrecciato e condiviso lo sguardo, può per alcuni periodi attraversare una zona d’ombra, essere indebolito o offuscato, non raggiungerci.

Per me i libri continuano a essere di carta. È solo attraverso questo contatto che posso riconoscerne il ritmo e portarli nel profondo del respiro. Leggere per me è sempre stata la possibilità di «un terzo polmone»: una sorta di trapianto, di dono ricevuto da un altro corpo che si innesta nel nostro e lo trasforma, immettendolo in una vita più vasta, salvandolo.

Dalla rete può arrivare qualche abbaglio, qualche sequenza illuminante. Ma non è in quello spazio che può avvenire per me l’esperienza autentica della lettura.

foto di Francesca Perlini -valigia di fronte al mare
@ Francesca Perlini

3. Quanto crede importante la fruizione fisica dei testi dei poeti contemporanei, la facilità di trovali in libreria, la loro distribuzione? Crede che una piccola casa editrice sia penalizzante per un giovane poeta? Vale lo stesso per un poeta più affermato?

I lettori di poesia sono oggi una piccola «sacca di resistenza» (John Berger). Per questa eletta comunità di lettori, non fa differenza trovare i libri sullo scaffale o doverli ordinare e attendere pazientemente. Alcuni mi hanno raccontato le difficoltà che hanno incontrato per acquistare i miei libri, la tenacia e la perseveranza con cui le hanno affrontate, arrivando anche a scrivere più volte all’editore. Tutto questo è commovente, sconfortante – ma è anche portatore di una speranza indistruttibile, come un seme amaro. Credo che il problema principale sia quello di uno scollamento tra gli ultimi avamposti di quella che fino agli anni ’60 era una civiltà poetica, e la cosiddetta industria culturale. Questa tende ad intercettare la necessità di poesia che appartiene antropologicamente alla nostra specie, ma senza passare attraverso un lavoro di ricerca e di educazione indispensabile perché quella necessità autentica di entrare in contatto con noi stessi e con il mondo, non sia degradato a semplice consumo emotivo.

4. Circa il suo lavoro, cosa crede che l’abbia maggiormente aiutata per il raggiungimento di un certo consenso presso il pubblico e la comunità dei poeti? Crede che esista una comunità fatta di poeti e di lettori attenti di poesia? Crede di appartenere a tale comunità, se esiste?

Sì, esiste, è una comunità frammentata e dispersa, una piccola tribù in estinzione a cui devo l’ostinata fede che mi permette di scrivere. Non credo sia una sorta di residuale e appartata comunità in cui trovare rifugio, quanto un piccolo insperato miracolo; accade ogni volta che, attraverso l’attenzione, entriamo nella realtà al suo stato nascente, e possiamo sentire accanto, in quella stessa tensione creatrice, altri sguardi che stanno compiendo lo stesso lavoro. Non appartengono necessariamente a persone che scrivono versi, ma a tutti coloro che attingono direttamente a questa fonte presente nella realtà di ogni giorno. Giovanni Giudici ha dedicato a loro una sorta di preghiera-lettera di ringraziamento. Si intitola Alcuni, fa parte della raccolta O beatrice.

5. Crede che ci sia qualcosa da cambiare nel “sistema poetico”? Se sì, cosa possono fare i giovani poeti della sua generazione? Cosa possono fare i poeti più affermati, le case editrici, le riviste, ecc.? Se no: crede che la sua generazione sia più consapevolmente disillusa delle precedenti? Perché? Cos’è cambiato?

Provare a scendere dalla giostra dell’io e della storia. Liberarsi per qualche attimo di generi e categorie, di schemi e generazioni. Dimenticare la copertina dei libri, e aprirli semplicemente, ascoltando la voce in viaggio verso di noi: ospitata dalla carta, custodita dalle parole. Solo dopo che la voce ci ha raggiunto, riconoscere il nome dell’autore, l’esistenza a cui appartiene. Comincerebbe così un’altra letteratura, un altro modo di fare critica, un’altra università, un’altra editoria, un’altra scuola. Saremmo liberi dalle incrostazioni che si generano da piccole e grandi nicchie di potere, dalle discriminazioni che hanno inciso, in modo più marcato in passato ma ancora oggi, a seconda del genere dell’autore, dell’appartenenza geografica e sociale, delle relazioni che intrattiene, dei suoi orientamenti sessuali. Questo bagno di anonimato, questo ritorno all’ascolto originario della voce, sarebbe rigenerante per la vita delle parole, ridonerebbe loro vigore, come attingendo da un’acqua più limpida di quella che proviene dallo stagno della letteratura. È una sorta di rivoluzione che può compiere ognuno nel suo intimo e a cui ci si avvicina più facilmente quando l’esistenza ci pone di fronte al suo limite. Così è accaduto ad esempio a uno dei poeti più consapevoli e “letterati” del nostro Novecento, Franco Fortini, con la sua ultima raccolta, Composita solvantur. C’è un testo, Ruotare su se stessi…, dove il poeta compie una sorta di rituale mistico e infantile che lo porta a perdere i sensi e cadere, ritrovando in quella postura l’umiltà che permette di incontrare la verità nella natura, dentro gli occhi degli animali. Sarebbe bello provare a ripartire da lì.

Ruotare su se stessi… 

Ruotare su se stessi
fino a perdere
i sentimenti e cadere.
Poi aprire gli occhi.
Quello che vedi è la gioia
la credevi persa
sciocco che eri.
Mi capisci, vecchio rozzo?
Sei tra erbe soleggiate e pietre.
Dal folto un cinghiale ti guarda
con i suoi occhi rossi tra le setole.
Un’ape ti considera attentamente.
È il vero per pochi attimi.
Alzati e cammina
davanti a te, anche se
ti hanno strappato lo sterno
anche se la pupilla
è cibo di formiche.
Tutto è ormai per te.


(F. Fortini, Tutte le poesie, a cura di Luca Lenzini, Oscar Mondadori, Milano 2014).

Foto di Francesca Perlini 

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