copertina Todra-sparajurij

Anticipazione del reportage “Marocco – l’acquario di pietra” di sparajurij

Usciamo dall’abitacolo della jeep e proseguiamo in piccoli gruppi che si sfaldano e si ricompongono a una certa di distanza. Siamo nel punto in cui la valle si restringe e una strada asfaltata costeggia il greto e la roccia. Mi sposto verso il bordo illuminato, che migra con il passare dei metri verso l’alto conquistando spazi di parete verticale, finché non raggiungo la zona d’ombra. Il cielo sopra di me è azzurro smagliante e risalta al contrasto con il pastello rosso della roccia. Le gole del Todra sono una promessa di intimità inaspettata dopo giorni dominati da lunghe prospettive in fuga, ma all’ombra, l’alito di vento freddo tra costoni vertiginosi piega l’intimità a un senso di smarrimento. Compaiono i primi bambini che si avvicinano a noi turisti, mi raggiungono allegri e imploranti, non vogliono perdere l’occasione di vendere i loro animaletti di foglie di palma. Ho qualcosa nella borsa, i mandarini e i panini sottratti all’albergo. Li regalo con l’impaccio di chi non è abituato a un assalto tanto incalzante. Attirati dal gesto accorrono altri bambini. Se gli animaletti non sono la merce per me, pensano tirandomi dalla manica verso le bancarelle al lato della strada, una sciarpa o una collana berbera è quello che cerco. O forse il desiderio non ha ancora preso forma e saranno loro a indirizzarlo. Il taglio perfettamente sferico delle pietre nella collana, la regolarità delle loro venature, uniti alla rituale presenza di turisti m’insinuano il sospetto che siano false.

Un piccolo berbero insiste, agita le mani e mi avvolge di parole e cenni incomprensibili, a cui d’istinto rispondo con diffidenza, poi con una timida contrattazione. La foga e l’entusiasmo del piccolo conducono in poco tempo alla capitolazione. Ora credo alle pietre, incastonate nelle collane e negli orecchini da mani pazienti, alle tajine dell’artigianato locale, ai tappeti tessuti in casa, all’alfabeto berbero stampato sulle sciarpe, come a Marrakech, aggrovigliata nei suq, avevo creduto all’autenticità della merce esposta. E proprio mentre in me sopraggiunge una credulità ebete, lui si lascia sfuggire un sorriso ambiguo. Come un adulto avvezzo alle trattative, esprime un giudizio definitivo e sprezzante sulla mia persona, in contrasto con la vivacità gioiosa di un attimo prima. Mi imbarazzo al pensiero che abbia colto ingenuità o ipocrisia da cui trarre vantaggio e mi allontano di qualche passo. Ecco un altro bambino in bicicletta, indossa i sandali con i calzini, una tuta leggera, mi allunga il suo cammello di foglie di palma.

Avanzo per un buon tratto isolata, mentre il gruppo non manca di avvisare della sua presenza. Le voci attraversano il canyon sinuoso, mi ricordano il menù del pranzo, commentano l’affare appena concluso, calamitano ancora qualche bambino irrequieto, o particolarmente caparbio. Basta prendere ancora un po’ le distanze e le voci scompaiono in una fuga repentina, mentre noi siamo calati a picco da un naufragio pre-cambriano. È come camminare su un fondale prosciugato dove un fiato fatuo muove l’aria e le voci inseguono gli uccelli che frullano le ali rasenti la roccia.

Osservando le pareti con attenzione noto alcuni chiodi a distanze regolari. Quattro metri più avanti un’altra via chiodata, poi un’altra. Scendo al livello del torrente. Placido e basso, è facile guadarlo saltellando da un masso a un altro finché, a un palmo dalla roccia, ho la prova che le vie sono ben attrezzate. Quella sotto i miei occhi ha un attacco piuttosto semplice, due scalini accompagnati da prese salde che afferro a morsa. Il secondo passaggio è altrettanto facile, la roccia si lascia penetrare in molti punti mentre, al passaggio successivo, c’è una fessura verticale che mi fa progredire di fianco e ne esco a un’altezza considerevole. Guardando in basso, provo la vertigine del vuoto. Mi stupisco di come abbia potuto sfidare fin lì la roccia senza alcuna sicura, quando noto qualcosa di inatteso: alcuni bambini hanno seguito il mio esempio e saltano da un appiglio a un altro. Entro breve si scoraggeranno, penso, e salgo ancora per sembrare lontana, irraggiungibile, ma ne accorrono altri e, sempre più numerosi, cominciano a salire in fila per uno, poi per due, per tre. Urlo di smetterla, ma la posizione in cui mi trovo è scomoda, così alzo lo sguardo in cerca di una cengia, poco sopra, che mi permetterebbe di sostare in piedi. Non la trovo, ma sono talmente in alto da non riuscire più a disarrampicare. Mi prende l’idea, l’unica praticabile e lineare, di continuare a salire a quel modo. Con lo sguardo in basso, un’ultima volta, colgo la testa nera e folta di un bambino che si fa sotto. Muovendosi scompostamente si è strappato la maglia. A quell’altezza l’aria pungente irrigidisce i muscoli. Fermo, fermo, ecco la mia sciarpa, la srotolo dal collo, lo chiamo, gli grido di prenderla, di afferrarla con la bocca e indossarla. Ma non capisce e la lascia cadere. A quel punto, ho la tentazione di lasciarmi andare, mi ha preso la nausea come prima di un’operazione chirurgica. L’unica idea praticabile si riversa nuovamente su di me come un’onda e seppur stanca, fisso centimetro dopo centimetro la parete ruvida e procedo. Comincia una progressione interminabile, il vento fa lacrimare gli occhi, a mano aperta, con i polpastrelli fino a sanguinare salgo e abbraccio la roccia che nasconde fili sottili d’erba e insetti, gli abitanti delle cavità oscure e salvifiche. Sento le voci dei piccoli alle calcagna, mi sembra di non farcela, si avvicinano, si avvicinano finché non chiudo gli occhi. Mi avevano parlato di una tecnica simile, tastando senza vedere si riesce a valutare con maggior precisione la solidità degli appigli e in quel momento mi supera il primo, poi il secondo bambino, passano sopra di me e uno a uno finalmente salgono in cima. Allora riapro gli occhi.

Qui la prima parte del reportage: Le porte del deserto

Foto di Stefano Baglioni

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